Nel libro di Ranieri confluiscono “appunti e note sul ritardo, lo scarto il postumo”: una illuminante riflessione sul nostro rapporto con la misura e la percezione del tempo e su una verità lacerante: la frase consolatoria “non è mai troppo tardi” va coraggiosamente invertita e assunta come compito: “è sempre troppo tardi”. Una complessa analisi del “pianto di Serse” di cui scrissero Erodoto, Seneca e Valerio Massimo.
Michele Ranieri lo dice chiaramente nella prefazione: “ I testi sono presenze vive, non morti relitti di scritture..Il dialogo con i testi è anche oltrepassamento della loro lettera, in costante omaggio e altrettanto necessario tradimento”. “I testi sono presenze vive”: pare, a prima lettura, uno di quei motti che si pubblicano senza sosta sui “social” in un banale esercizio di “copia e incolla”: tanto i lettori di “fb” hanno la memoria corta. E invece questa verità- la viva presenza dei testi – è il cardine primo dei sistemi culturali: e dovrebbero rendersene conto, per esempio, gli intellettuali impegnati in un gioco alla moda, quello di domandarsi perché bisogna studiare anche oggi il greco e il latino. E sulla risposta che qualcuno di quegli intellettuali dà alla domanda è meglio sorvolare, glissare. Tra i molti meriti del libro di Ranieri c’è anche quello di aver ricordato, agli smemorati, che le questioni “esistenziali” con cui ci confrontiamo ancora oggi sono state poste, delineate e definite dai Greci e dai Latini: e Michele Ranieri, docente di filosofia e di storia al “Diaz” di Ottaviano, conosce “dal vivo” i testi della cultura classica. Nel “De brevitate vitae” Seneca, ricordando un passo di Erodoto, racconta che Serse, l’ “insolentissimus” re dei Persiani, quando vide schierato a battaglia il suo esercito, così grande che era impossibile contare il numero dei soldati, si sciolse in lacrime perché entro cento anni nessuno di tanti giovani sarebbe stato ancora vivo. Pianse – scrive Seneca – proprio lui, Serse, che si accingeva ad avvicinare a quei giovani il destino di morte (“fatum”), a farli morire chi in mare, chi a terra, alcuni in battaglia, altri durante la fuga, e a massacrare entro un breve lasso di tempo quei soldati dei quali ora si chiedeva preoccupato cosa sarebbe rimasto fra cento anni.
E l’episodio induceva Seneca a riflettere sulla brevità angosciosa della vita di coloro che “dimenticano il passato, non si curano del presente, hanno paura del futuro”. “Il tempo che amano è breve e va a precipizio ed è molto più breve per colpa loro; da una cosa passano ad un’altra ( il verbo usato da Seneca, “transfugiunt”, rende chiaramente l’idea di uno spostarsi che diventa una fuga cieca e incontrollata). “ I loro piaceri stessi sono pieni di ansia e di agitazione per terrori di vario genere, e mentre esultano con la più grande intensità, si affaccia alla loro mente un pensiero angoscioso: “haec quam diu?”, quanto tempo durerà questa gioia? “Ogni cosa che avviene per caso è instabile, e quanto più in alto si è sollevata, tanto più è esposta a cadere, a tramontare….dunque è inevitabile che sia sommamente infelice, non solo brevissima, la vita di coloro che si procurano con grande fatica cose da possedere con fatica ancora più grande”. Per Seneca erano “vivi” i testi degli epicurei sul rapporto tra tempo e piacere, e questi capitoli del “De brevitate” furono testi “vivi” per Bergson quando meditava sulla durata del “tempo interiore” e sulla misura del “tempo esterno”. Michele Ranieri ci dice che “il pianto di Serse” può essere letto da un altro punto di vista, da un altro angolo di interpretazione: “ Forse nella mente di Serse non era tanto il pensiero del lontano avvenire a far precipitare l’angoscia, quanto l’impossibilità di invertire il corso delle cose, di frenare la catastrofe del prossimo istante, quello nel quale egli stesso darà l’ordine di battaglia”. Serse “sente” la presenza dell’ “ingovernabile” Caso “che sovrasta ogni vita, anche la sua”. La “grottesca” domanda- cosa sarà di questi giovani tra cento anni?- “ è il tentativo di esorcizzare il confronto con l’istante preciso in cui non solo incombe la morte di tutti, ma la possibile fine di ogni supremazia, di ogni controllo sull’ intero universo, di cui l’esercito superdotato rappresenta qui la metafora…”. Sì, ogni testo “è vivo”, e lo splendido libro di Michele Ranieri mi dice che nelle pagine successive viene discusso il tema del complicato rapporto tra Urano, il “primo” degli dei greci, e il più terribile dei suoi figli, Crono, il “Tempo”. Ma ne parleremo in un prossimo articolo.

