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Covid -19, la guerra silenziosa e luttuosa: la storia di Anna, infermiera all’ospedale di Nola

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La guerra contro un nemico aggressivo e sconosciuto, la guerra quotidiana di chi lotta per alleviare sofferenze, per salvare vite. Di seguito la testimonianza di Anna, infermiera in trincea nell’ospedale di Nola.

 

In questa epoca di incertezza, di separazione e dolore, in questa epoca che tutti noi ricorderemo con una sigla “Covid19”, nessuno poteva credere che una nuova guerra ci colpisse così furiosamente. Una guerra in cui i nemici non sono eserciti e bombe, ma che altrettanto fa morti e crea lutti. Sì, un nemico invisibile che subdolo colpisce e distrugge, un virus, sconosciuto e scatenato nel colpire.

Come in tutte le guerre c’è chi combatte e chi fugge. Le nostre difese non sono trincee o filo spinato, ma si chiamano ospedali.

Uomini e donne, medici, infermieri, operatori. Qualcuno disse: “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”. In questo caso, purtroppo, questi eroi sono quegli uomini e donne che in prima linea di accoglienza cercano di salvare più vite possibili, mettendo a rischio la propria.

Io sono un’infermiera dell’ospedale di Nola in Campania. Lavoro come tanti miei colleghi in pronto soccorso. L’esperienza di queste queste settimane mi ha fatto apprezzare ancora di più la mia scelta di vita lavorativa. Ma soprattutto mi ha fatto capire quanto sia importante essere vicino a chi soffre. Perché quelle persone che assistiamo, sono come il riflesso di quello che siamo e cioè: figli, madri, genitori. Noi abbiamo messo in conto di approcciarci alla sofferenza con lucidità ma non con distacco. Però questi giorni ci mettono di fronte a tragedie che fanno sobbalzare il cuore.

Durante il mio turno, protetta da occhiali, mascherina, tuta di contenimento biologico, mi sembra di perdere l’identità, che a volte ci permette, anche solo con un sorriso, di tranquillizzare chi ci è di fronte e chiede il nostro aiuto. Questo è successo: su due lettini in codice Covid, vi erano un padre e un figlio, entrambi sottoposti a terapia di ventilazione. Purtroppo, il papà si è aggravato nella respirazione e il medico ha preso la decisione di intubarlo. La tragedia nasce nel momento in cui il medico doveva chiedere l’autorizzazione ad un parente. Dato lo stato di isolamento, l’unico era il figlio che gli era accanto. Mi sono avvicinata, poiché avevo il nome scritto sul petto, mi ha chiamata per nome cercando il conforto di rivedere il papà prima che venisse intubato. La scena di quel padre e di quel figlio mi rimarrà impressa nel cuore e nella mente. L’ho aiutato ad avvicinarsi. Quello che poteva essere, forse, l’ultimo addio.

Le persone si lamentano per il troppo stare in casa, ci definiscono eroi. Io non so come si sente un eroe, io anche ho paura, ma faccio i miei turni, io anche penso alla mia famiglia, ma non mi tiro indietro nell’assistenza, io anche sento la stanchezza ma vado avanti per ore.

Se questi sono i sentimenti di un eroe… forse lo sono anche io.