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Nel “giorno di Dante” ci piace ricordare che Delacroix (1798 – 1863) aprì la stagione della pittura romantica con un quadro dedicato al “divino poeta”, “La barca di Dante” (cm. 189 x 246, 1822). Il tema del quadro è tratto dai canti dell’Inferno  (VII e VIII) che Dante dedica agli iracondi (e agli accidiosi). Le ragioni dell’ammirazione per l’autore della “Divina Commedia”. La tecnica innovativa di Delacroix, studiata anche da Renoir.

 

 

Per raggiungere la “città di Dite” Dante e Virgilio attraversano sulla barca condotta da Flegias la palude “che ha nome Stige”. Nella palude sono immerse le “fangose genti” degli iracondi che sfogano la loro ira percuotendosi con ogni parte del corpo e “troncandosi co’ denti a brano a brano” (Inferno, VII, 113). Nel fondo della palude, “fitti nel limo”, ci sono gli accidiosi, la cui presenza si nota solo dal “pullular” della superficie dell’acqua, mossa dai loro sospiri. Tra gli iracondi c’è Filippo Argenti, che Dante riconosce, sebbene sia “lordo tutto”, e che chiama “spirito maledetto”, provocando la reazione del dannato che si aggrappa al bordo della barca. Ma Virgilio lo respinge, “via costà con gli altri cani”(VIII, 42), e subito dopo gli altri dannati, “le fangose genti”, fanno “strazio” del “fiorentino spirito bizzarro” che “in se medesmo si volvea co’ denti”: Dante assiste soddisfatto allo scempio di Filippo, ringraziando Dio. L’accidia degli altri peccatori dello Stige, quelli che sono “fitti nel limo”, è un misto di indolenza, di tiepidezza d’animo e di negligenza, un misto che non solo ha impedito a questi miseri di percorrere le vie del bene, ma li ha abituati a celare in fondo al cuore il rancore che essi provavano verso chi, in vita, proprio approfittando della loro “assenza”, ha occupato gli spazi del potere e la “scena” sociale. In realtà, più che un peccato “cristiano”, l’accidia di cui si parla in questi canti è un “vizio”, diciamo così, civico, che gli scrittori latini avevano proposto all’attenzione del poeta. Delacroix presentò “La barca di Dante” al Salon del 1822, il primo a cui egli partecipava – nel ’22 egli aveva 24 anni – e, secondo gli studiosi, aprì definitivamente, con questo quadro, la stagione della pittura romantica, già avviata tre anni prima dalla “Zattera della Medusa” di Géricault. Géricault e Delacroix capirono che la battaglia contro la pittura accademica e neoclassica bisognava combatterla con quadri che rappresentassero l’intensità dei sentimenti e l’esplodere delle passioni, con scene estreme, in cui anche i soggetti storici venivano “trattati” con un vigoroso realismo, come se fossero “momenti” della vita quotidiana. La “Barca di Dante” nacque dalla convergenza di queste intenzioni, e dalla volontà di rendere omaggio, attraverso Dante, alla civiltà medioevale, che i neoclassici non avevano amato e che invece fu importante fonte di ispirazione per tutta la pittura romantica. In questo quadro, la contorsione dei corpi dei dannati è teatrale – e di “infimo teatro” parlarono i critici ostili a Delacroix- :  l’ocra scuro della pelle di alcuni di essi è teatrale riferimento al fango che, secondo Dante, imbrattava gli iracondi fino a renderli irriconoscibili. Dante porta il tradizionale copricapo rosso, Virgilio la corona di alloro, e Flegias sta di spalle, nudo sotto il manto azzurro. Le pieghe dei panni dei tre indicano le linee di lettura dell’opera e, nello stesso tempo, contribuiscono a dare, insieme alle fiamme che vengono su dalla città di Dite, la suggestione di un movimento irrefrenabile, come irrefrenabile è l’ira dei dannati. Il vortice degli impulsi che scuotono l’acqua, i corpi, il buio dello sfondo è una scelta chiaramente e, polemicamente, antiaccademica. E tuttavia Delacroix era uno che frequentava assiduamente i musei e studiava le opere dei grandi del passato: dai quadri di Rubens prese l’idea di dipingere le gocce d’acqua sui corpi degli iracondi segnando, a punta di pennello, macchie bianche, gialle, rosse e verdi. La pittura olandese del ‘600 e Velàzquez  lo convinsero a usare colori brillanti, a rafforzare i contrasti ( la tunica di Dante e quella di Virgilio), a dar luce anche alle ombre ( per esempio, sui corpi dei dannati), e soprattutto, ad affiancare ai colori primari – il rosso, il blu e il giallo – i complementari creati mescolando gli altri due: i suoi rossi sono sempre “sostenuti” dal verde, che si ottiene dal blu e dal giallo, e la tecnica  del pittore di coordinare, anche nei toni, i rossi e i verdi, i blu e l’arancione, divenne una lezione per tutta la pittura dell’Ottocento. Renoir passava molte ore, nei musei parigini, davanti ai quadri di Delacroix: studiava la variazione delle pennellate, intense e cariche di colore nei primi piani, e sfumate nel fondo; il gioco delle velature di azzurro chiaro, di viola e di vermiglione sulle “rotondità” del corpo femminile; l’abilità nello stendere colori freschi su colori già asciutti, conservando intatto il gioco delle trasparenze. Dunque, Delacroix ebbe il merito di aprire alla realtà gli spazi della pittura: sapeva che molti lo avrebbero attaccato, anche aspramente. Ma lui scrisse nel suo diario che per chi fa polemica con il passato “la forza più grande è essere audaci”. E Dante gli confermava la profonda e drammatica verità di questo principio.