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Mario Alberto Picone ha ricostruito nel libro “”Napoli scomparsa” nei dipinti di fine Ottocento” la vicenda della “commissione “per il Museo di San Martino delle cinque tele in cui Migliaro rappresentò alcuni luoghi di Napoli cancellati dalle opere del “Risanamento”. Il parere decisivo di Domenico Morelli e le ragioni che spinsero Alberto Avena a proporre che l’ Arte ricordasse i “luoghi” della plebe napoletana.

 

Negli ultimi 20 anni dell’Ottocento un gigantesco progetto di “risanamento” modificò radicalmente tutto lo spazio urbano di Napoli che si apriva dalla piazza della Stazione ferroviaria fino a Santa Lucia, attraverso piazza Mercato di Porto (in seguito battezzata Piazza Borsa) e Piazza Municipio, lungo l’asse viario che venne intitolato a Umberto I, ma che i Napoletani chiamarono subito “Rettifilo”. Parleremo in seguito delle polemiche che accompagnarono l’opera di architetti, imprenditori e politici e dei giudizi degli intellettuali. Il tema di questo articolo è la puntuale ricostruzione che Mario Alberto Pavone ha fatto, nel libro “”Napoli scomparsa” nei dipinti di fine Ottocento”, della vicenda che indusse il Ministro della P.I., Michele Coppino, ad assegnare a Vincenzo Migliaro l’incarico di ritrarre i luoghi caratteristici di Napoli che il “risanamento” avrebbe cancellato per sempre. Tutto parte dalla lettera che il 16 novembre 1887 Alberto Avena, membro della direzione dei Musei di Antichità di Napoli, inviò al prof. Giulio de Petra, direttore del Museo di San Martino. Scriveva l’Avena che solo l’Arte avrebbe potuto conservare per sempre la memoria di quei luoghi, “il fondaco, i vicoli”, le piazze, pieni delle memorie della plebe napoletana, memorie di vizi, ma anche di virtù, e soprattutto, di “sofferenze secolari”. Proponeva l’Avena di affidare a un pittore il compito di rappresentare questi luoghi, destinati a scomparire, “in una speciale raccolta” di quadri, ospitata nelle sale del Museo di San Martino. E l’Avena comunicava al prof. De Petra di aver trovato anche il pittore adatto, Vincenzo Migliaro, un pittore rispettoso del “vero fino nelle sue particolarità più minute”, lontano dalla “moderna maniera degli impressionisti, larga e piacente”, ma non troppo attenta “ai particolari”. Migliaro, che già era noto per il quadro “Piazza Francese”, aveva mostrato all’ Avena una “sua tela che rappresenta il Vico Forno e il Vico Grotte a Santa Lucia”, e, pur di vederla esposta in “ un Museo così frequentato e tenuto in pregio dai forestieri”, si era dischiarato disposto a “cederla al prezzo mite di seicento lire”.

E’ opportuno notare che il quadro “Piazza Francese”, a cui fa riferimento la lettera, era la prima versione del tema, presentata all’ Esposizione Generale di Torino del 1884, mentre la “Piazza Francese” conservata al Museo di San Martino è la versione del 1889 (l’immagine apre l’articolo) . Le autorità si mossero con grande rapidità. Il Ministro chiese al prof. de Petra di sottoporre il dipinto di Migliaro alla valutazione di un artista “di merito superiore”: il 2 dicembre il de Petra chiedeva un giudizio scritto a Domenico Morelli, e dieci giorni dopo scriveva al Ministro che il Morelli gli aveva riferito “verbalmente che il Migliaro è un valoroso artista, di cui quel che più deve lodarsi è appunto la fine osservazione del vero, e perciò riesce adatto a ritrarre quelle parti della vecchia Napoli che andranno a demolirsi e che meritano di venir consegnate al ricordo dei posteri”. Fa notare il Pavone che la nota sulla “fine osservazione del vero”  era un elogio “equivoco”, perché Morelli non aveva mai apprezzato il realismo “fotografico” e non aveva mai nascosto le sue perplessità sui lavori del suo ex allievo. Tuttavia il de Petra garantì al Ministro che Vincenzo Migliaro si era dichiarato disposto a tener conto dei consigli del Morelli sia sulla “scelta dei punti da ritrarre”, sia sulle tecniche di esecuzione. Il 21 dicembre 1887 il Ministro autorizzò l’acquisto di “Vico Forno e Vico Grotte” e commissionò a Migliaro altre cinque tele. E il pittore consegnò, tra il 1888 e il 1893 “Spiaggia di Santa Lucia”, “Strada Pennino”, “Strettola degli Orefici”, “Piazza Francese” e “Strada di Porto”. Nel 1903 il Museo comprò anche “ Vico Cannucce al Porto”.