Brevi cenni sul ruolo di Saatchi nel controllo delle tendenze e del mercato dell’arte contemporanea. I prezzi stratosferici delle “opere” di Koons (decine di milioni di dollari per ogni opera) e di Hirst, e la crisi di mercato delle opere di Chia dopo la lite con Saatchi. L’improvviso e duro “mea culpa” del 2011, con l’accusa, “mostruoso e volgare”, al mondo dell’arte che egli aveva contribuito a costruire. I sospetti di Vincenzo Trione sulla sincerità del “mea culpa”.
Charles Saatchi, iracheno diventato cittadino britannico, imprenditore, proprietario, con il fratello, di una delle più importanti agenzie di pubblicità, collezionista e mercante d’arte, ha fatto in modo che la sua Galleria londinese sia il luogo di nascita e il tempio sacro dell’arte contemporanea. Saatchi ha lanciato Koons, Kiefer, Hirst e i fratelli Chapman. Per capire meglio la misura del personaggio, conviene ricordare che il “Rabbitt” di Koons, la cui immagine apre l’articolo, è stato venduto nel 2019 per 91 (dico: novantuno) milioni di dollari, battendo il record del “Ballon Dog” (vedi immagine in appendice), dello stesso artista, che era stato acquistato per soli 58 (dico: cinquantotto) milioni di dollari. Nel 1991 Saatchi commissionò per 50000 sterline a Damien Hirst lo squalo in formaldeide (immagine in appendice), che nel 2005 Steve Cohen acquistò per 12 milioni di dollari. Il collezionista londinese comprò alcune opere di Sandro Chia, un artista della “Transavanguardia” inventata da Bonito Oliva: ma nel 1985, poiché Chia si rifiutò di vendergli altre opere, Saatchi decise di espellere dalla sua collezione i lavori dell’artista, e vendette le opere in suo possesso ai due galleristi che rappresentavano Chia negli Stati Uniti e in Europa.
“Un artista rinnegato (svenduto?) da Charles Saatchi all’ epoca era un bruttissimo segno…Una cosa è certa: da quel giorno Chia subì lentamente una flessione di immagine e di mercato”( Giancarlo Politi, Artslife, 2/08/ 2018).Un episodio di cui parla Donald Thompson nel libro “Lo squalo da 12 milioni di dollari”, pubblicato nel 2009, indica chiaramente l’intensità dell’influenza che il collezionista – mercante ha esercitato sul mercato e sulle tendenze dell’arte contemporanea. Nel 1978 egli acquistò dieci opere di Julian Schnabel che allora aveva 27 anni ed era quasi del tutto sconosciuto: le pagò 2000 dollari l’una. Pochi anni dopo ne rivendette alcune a 200.000 dollari l’una, ma non mise sul mercato le altre: sapeva che Schnabel sarebbe diventato famoso come artista e come regista, e che il valore di ogni suo lavoro avrebbe superato i due milioni di dollari.
Ma in un articolo pubblicato dal “The Guardian” il 2 dicembre 2011 Charles Saatchi attaccò con feroci giudizi tutto il teatro dell’arte contemporanea, quel teatro di cui egli era il regista più importante. Gli artisti – tuonò Saatchi – fanno solo fotografie o “installazioni post concettuali incomprensibili”; i collezionisti sono dei nuovi ricchi che vedono nell’arte uno strumento di affermazione e di consenso sociale; i critici pensano solo a tenere alto il livello “masturbatorio” dell’ “autostima”; il pubblico partecipa alle mostre e ai vernissage come “a riti mondani, concentrandosi non su ciò che viene esposto, ma sulle chiacchiere e sui gossip” ( la traduzione è di Vincenzo Trione, Corriere della Sera, 9 dicembre 2011).Sapendo che tutti gli avrebbero ricordato le sue gravi responsabilità, Saatchi provvide a spuntare, con un chiassoso “mea culpa”, le frecce di cui sarebbe stato bersaglio: “Fino a poco fa credevo che qualsiasi cosa potesse allargare l’interesse nell’arte contemporanea dovesse essere la benvenuta: soltanto uno snob vorrebbe vedere l’arte confinata all’attenzione di pochi aficionados all’altezza. Ma persino un narciso egoista come me trova questo nuovo mondo dell’arte profondamente imbarazzante”. Vincenzo Trione ci invita a non dimenticare che Saatchi è un genio della pubblicità. In tutta l’arte delle “avanguardie” il critico capace di giocare con le parole in modo magistrale è diventato più importante dell’artista, perché è lui che inventa il “significato” dell’opera, di qualsiasi opera. Per esempio, Damien Hirst capi che se il suo squalo in formaldeide l’avesse “intitolato” “Squalo imbalsamato”, non avrebbe sollecitato l’attenzione di nessuno; e perciò diede all’opera un complicato titolo filosofico “L’impossibilità fisica della morte nella mente di un essere vivente”.
E dunque Vincenzo Trione giustamente si chiede se il “mea culpa” di Saatchi sia sincero: è probabile che egli abbia colto “l’insofferenza sempre più diffusa nei confronti degli abusi delle avanguardie” e perciò abbia deciso di “farsi interprete del vento diverso che sta soffiando nel mondo dell’arte contemporanea”, della tendenza di questo mondo a iniziare una nuova era, che Edward Docx ha chiamato l’ “Età dell’autenticità”. Un’Età “dominata non più dall’improvvisazione, ma dalla serietà , dalla consapevolezza tecnica, dal saper fare.” Anche nel mondo dell’arte viene il tempo in cui uno non è uguale ad uno. Però resta da capire perché quel bambolotto di acciaio fatto da Hirst ha indotto qualcuno a sborsare 91 milioni di dollari. Anche Umberto Eco scrisse sulla “volgarità” di certa arte contemporanea, e forse ci indicò la strada per capire. Alla prossima.





