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Nel 1826 August Kopisch (1799- 1853) osò entrare a nuoto nella grotta di Capri in cui nessuno si era mai avventurato, perché, fin dai tempi dell’imperatore Tiberio, si credeva che quel luogo fosse un maledetto covo di spiriti demoniaci. Kopisch, colpito dalla “magnificenza ineguagliabile dei colori” e dai riflessi azzurri, la chiamò Grotta Azzurra. Grazie ai suoi scritti e ai suoi disegni, e ai quadri dell’amico Ernst Fries – l’immagine del più antico di essi correda l’articolo – la Grotta divenne uno dei luoghi mitici che attiravano i turisti europei. Kopisch fece conoscere ai Tedeschi anche i canti popolari italiani: pubblichiamo  alcune strofe di un canto amalfitano e di un canto napoletano.

 

August Kopisch si sentiva destinato a dipingere, ma il danno irreversibile che una caduta procurò alle sue mani lo costrinse a dedicarsi soprattutto alla letteratura. Negli ultimi venti anni della sua vita scrisse poesie, tradusse in tedesco le opere di Dante e nel 1837 diede alle stampe, a Berlino, con il titolo “Agrumi”, una raccolta di canti popolari italiani, pubblicati nel testo originale e nella traduzione in tedesco. C’era tra questi canti una “serenata” amalfitana: Quanno vaco a lu lietto ppe dormire / ammore mme ‘ncomincia a trumentare / e cu bella manera me vene a dire: / tu duorme e Ninno tuo stace a penare?”. E c’era lo splendido canto di una donna napoletana che non sopporta di essere corteggiata da un “ Amante scornuso”: Passa e repassa sotto a sto balcone / no giovene aggraziato e co lo core./ Me tene mente co na gran passione/ ma a chesto s’arreduce lo suo ammore./ Io mo voglio vedere: sto scornusiello, / se le faccio levare mancu’ u cappiello. / Già ch’isso tene sta soggezione, / la faccia tosta a me tocca d’avere, / mettennome a filà’ fora o balcone / n’capo lo fuso ‘nce faccio cadere./ Ment’ attacca lo filo, o mammalucco / certo m’ave a parlà’ se n’’è de stucco”. Sono sorprendenti la cura e la competenza con cui Kopisch trascrisse i termini dialettali: tra l’altro, sono documentate nei canti popolari “napoletani” espressioni e immagini che vennero usate anche dagli autori di note canzoni. Nell’estate del 1826 August Kopisch, dopo aver visitato Roma e Napoli, dove conobbe August Von Platen, si recò a Capri con l’amico pittore Ernst Fries. In una “memoria” pubblicata nel 1836, al suo ritorno in Germania e tradotta in italiano dal poeta Achille Geremicca, Kopisch scrisse che tutti a Capri sapevano della Grotta, ma nessuno osava avventurarsi al suo interno, perché si credeva che fosse il regno di forze demoniache: e infatti molti la chiamavano la Grotta del Diavolo, e si favoleggiava che la storia nera del luogo fosse nata con le nere leggende costruite intorno alla presenza dell’imperatore Tiberio nell’isola di Capri. Un giorno Kopisch, accompagnato da Fries,  dal marinaio Angelo Ferraro, detto il “riccio” – “l’occhio di falco, il cuore di pietra e le braccia di ferro” – e da uno straordinario personaggio caprese, Giuseppe Pagano, che era albergatore e notaio, partì per una gita in barca, e, giunto nei pressi della grotta, si gettò in acqua e incominciò a nuotare. In un primo momento lo seguirono Fries e il Pagano, mentre Angelo il “riccio” accendeva il fuoco in un braciere, nella speranza che le fiamme allontanassero le anime dannate e i demoni che abitavano in quel luogo. “Io m’avanzavo a nuoto – scrisse Kopisch- in una strana, ansiosa aspettativa, alla vana ricerca delle antichità.”. Poi si accorse che Fries e Pagano erano tornati indietro, e li sgridò: “ma quale fu il mio terrore nel vedere l’acqua, sotto di me, simile ad azzurre fiamme.. pensai in un primo momento che fosse un fenomeno vulcanico”, o che il riflesso azzurro venisse dalla volta della grotta. Poi capì, Kopisch, che “la luce della profondità del mare rischiara d’azzurro il suo ampio spazio. Si resterà sorpresi nel vedere l’acqua simile a fuoco azzurro riempire la grotta: onde ogni onda sembra una fiamma. Perciò la chiamammo Grotta Azzurra”. Nel registro dell’albergo di Giuseppe Pagano, in cui alloggiava, Kopisch scrisse e firmò, e con lui firmarono sette testimoni, il verbale della sua impresa: e questo verbale è considerato “l’atto di nascita della Grotta Azzurra”, che subito entrò nell’ elenco dei luoghi mitici dei viaggiatori europei. La Grotta divenne famosa in Germania grazie anche ai disegni e agli acquerelli di Kopisch e ai dipinti di Fries, il quale, nel quadro che correda l’articolo, riuscì, secondo Stefano Tumidei, a rappresentare gli effetti luminosi e i riverberi colorati così come li aveva percepiti il suo amico quel giorno in cui la grotta era stata battezzata “ Grotta Azzurra”.