Assunta Perna, la vagabonda colombaia dei chiostri napoletani

0
1708

L’11 gennaio del 1987, sul Mattino, veniva pubblicato per la prima volta un racconto della scrittrice napoletana Fabrizia Ramondino (1936 – 2008). Era la storia della colombaia, una donna che per quaranta anni aveva sempre vagato e vissuto per il centro antico di Napoli, dormendo per strada, dando da mangiare ai colombi, completamente vestita di nero.

Quel racconto trovò poi la sua degna collocazione nel libro della stessa scrittrice dal titolo Il calore, Nottetempo, 2004. Fabrizia Ramondino, oltretutto, visse a Somma Vesuviana dopo la morte del padre a partire dall’autunno del 1950: si era stabilita con la madre nella splendida villa Cutolo di fronte alla Collegiata e lì rimase per tre anni per poi tornare ad abitare a Napoli. Il prof. Ciro Raia, scrittore e saggista, la intervistò il 26 febbraio del 1992 ad Itri, in provincia di Latina (http://www.ciroraia.it/tag/fabrizia-ramondino).

Fabrizia Ramondino (foto internet)

Ma chi era Assunta Perna e da dove veniva? Sulla storia di questa donna nei giorni scorsi è circolato un post su Facebook, grazie all’archeologa Rossana Di Poce (Partenope Napoli), che ha sollevato tanta curiosità e ricordi. L’atto di nascita numero 92, conservato nel Fondo Stato Civile, attesta che Assunta nacque a Somma Vesuviana in via Dogana, attuale via Antonino Angrisani, il 1° marzo del 1910. Il padre Pasquale (Somma, 1878 – Cercola, 1958), paternità Giorgio, era di condizione bottaro, mentre la madre Francesca Parisi (Somma, 1882 – ?), originaria del quartiere Margherita, era una donna di casa. Famiglia benestante la sua. I Perna, già dai primi dell’Ottocento, erano fabbricatori di botti con residenza tra via Tirone, via Carmine e strada Macedonio. I bottari erano i veri padroni delle piazze per i guadagni economici smisurati. La produzione e il commercio del vino, all’inizio dell’Ottocento, erano le attività dominanti nei paesi di Somma, Ottajano e Boscotrecase.

Bottameria di Salvatore Perna (Somma Ves.)

I genitori di Assunta si erano sposati nel comune di Valenza, in provincia di Alessandria, nel 1903. A Somma era nato anche un fratello, di nome Salvatore, nel 1915. La famiglia, poi, si trasferì a vivere a Cercola in via Domenico Riccardi. Il padre Pasquale, comunque, morirà nel 1958 ed era già vedovo. Assunta andò via dal paese e si mise a vivere in strada. I vecchi la ricordavano giovane e bella ed, effettivamente, raccontavano che provenisse da una benestante famiglia. Cominciò quella vita dopo aver visto la Madonna, afferma la Ramondino. A riguardo, fu vista e notata, per la prima volta, verso il 1962 a Napoli da una giornalista forestiera, come racconta la scrittrice napoletana. Anni dopo, la sua balia, trovandosi in città, la riconobbe nella randagia e rivelò il suo nome a qualcuno.

Pasquale Perna, padre di Assunta

Era piccola di statura, tozza, robusta, curva, sempre vestita di nero fino ai piedi, con un mantello sulle spalle e in testa un fazzoletto annodato sotto il mento: aveva una faccia piena e pallida, labbra rosse, socchiuse in una sorta di smorfia, che ora esprimeva indignazione e disgusto, ora si volgeva in un sorriso garbato, mai in ghigno, nemmeno quando inveiva; occhi neri, grandi, mobili sotto la fronte alta e corrucciata, quasi sempre chini, come tutto il sembiante. Inveiva, spesso, contro i molestatori, gli importuni e i persecutori.  Portava in spalla un grande sacco scuro pieno di tozzi di pane secco. Varie borsette di stoffa le pendevano dalla cintola e dalle braccia. Nell’abito somigliava ad una suora poverissima. Per alcuni era una buona e pia donna, per altri una matta, per altri ancora una eccentrica e bizzarra vecchia di quartiere. Sempre in cammino, percorreva instancabilmente, ma a passi lenti, cardini, decumani e piazze della vecchia Napoli. Non chiedeva elemosina e non l’accettava se non spontaneamente da persone affezionate. Ai fidanzatini dell’Istituto Pimentel Fonseca, che si scambiavano baci dietro agli archi di santa Chiara, diceva minacciosa che il diavolo li avrebbe colpiti con palle di fuoco in bocca (cit. Anna Troise).

Per la notte prediligeva i portali di alcune chiese oppure case religiose: San Lorenzo Maggiore, convento dei Girolamini, San Domenico Maggiore, Santa Chiara. La mattina dava da mangiare ai colombi nelle maggiori piazze, recuperando pane secco da ristoranti, pizzerie, mense. I colombi non ne avevano paura; al solo vederla calavano a precipizio da guglie, campanili, tetti, mentre si accingeva ad aprire il sacco deposto per terra. Immersa tra i colombi, provava un senso di pace e serenità, mentre tutto intorno il mondo era fatto di caos e traffico (cit. Paolo Privitera).

Era un mondo suo, nessuno lo ha mai permeato. Le ragioni ci rimangono oscure, conclude la Ramondino. La appellarono pace e bene o la colombaia. Il 29 ottobre del 1986 alle ore 21:30, Assunta rese l’anima a Dio nell’Ospedale Vecchio Pellegrini. L’ atto di morte della Sezione Montecalvario certifica la sua senza fissa dimora. I suoi resti mortali riposano sicuramente nel cimitero di Napoli, in quanto gli atti di sepoltura del camposanto di Somma non riportano il suo nome. Numerosi, comunque, furono gli annunci funebri affissi nel decumano maggiore dai frati di S. Chiara alla sua morte. Sembrava un funerale di Stato con una folla enorme. E toccanti furono le  parole del Vangelo, scelte dagli stessi frati: Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il vostro Padre celeste li nutre (Matteo 6,26)…. eppure trovano la colombaia, la cui vita randagia fu un mistero.