In memoria di Giovanni Falcone. Il “caso” non venne mai risolto. E relazioni e documenti scomparvero rapidamente dagli uffici di polizia. Giovanni Corrao, operaio calafato, mazziniano, garibaldino, non condivise l’azione politica di Crispi che sanciva l’accordo e l’alleanza tra i “Piemontesi”, la borghesia siciliana fino a poco tempo prima saldamente borbonica e la mafia “alta”. Gli storici Gaetano Falzone, Salvatore Bongiorno, G.C. Marino, e Matteo Collura in un romanzo, hanno ricostruito la complessa figura di questo “rivoluzionario” schierato dalla parte degli “umili” e ammirato anche dalla “mafia bassa” che non accettava che anche dopo l’Unità il potere restasse nelle mani delle stesse famiglie che l’avevano esercitato sotto i Borbone.
Giovanni Corrao nacque a Palermo nel novembre del 1822, fu, come il padre, operaio calafato delle navi nel porto della città, partecipò ai moti mazziniani del 1848, venne perseguitato dalla polizia borbonica, che lo chiuse in carcere prima a Ustica e poi nella Cittadella di Messina. Nel 1856 emigrò, prima a Marsiglia, poi nel Piemonte, ma nel 1857 Urbano Rattazzi lo espulse, perché una relazione di polizia lo giudicava “capacissimo di male azioni e pericoloso anche in genere politico”. Corrao ritornò in Sicilia nel 1860 con Rosolino Pilo, per preparare l’arrivo di Garibaldi: e accanto a lui il Pilo morì, il 21 maggio, nello scontro di San Martino delle Scale. Nell’agosto del ’60 il palermitano dimostrò in modo clamoroso il suo dissenso nei confronti di Nino Bixio che aveva eseguito “l’eccidio di Bronte” e dello stesso Garibaldi che non aveva saputo, o voluto, impedire la strage. Al comando di un battaglione di “picciotti” Corrao partecipò a tutta l’impresa dei Mille, si distinse nella battaglia del Volturno, dove fu ferito gravemente, ed ebbe da Garibaldi il titolo di generale. Egli capì rapidamente che quella condotta dai Piemontesi era stata una guerra non di liberazione del Sud, ma di conquista, e disse ad alta voce che non si sarebbe fermato, che avrebbe chiamato il popolo di Palermo alla rivolta contro i nuovi padroni. Perciò nel febbraio del 1862 rinunciò alla nomina a colonnello dell’Esercito Regio che gli era stata conferita nel novembre del ’61.Quando, nell’estate del’62, Garibaldi chiamò alle armi i suoi al grido di “Roma o morte”, Corrao previde che l’esercito italiano avrebbe bloccato l’impresa: ma raccolse circa 2000 volontari e rispose all’appello del Generale, avendo intuito che lo scontro tra l’ Esercito Regio e le “camicie rosse” sarebbe stato una lezione chiara per tutti, e a tutti avrebbe spiegato gli obiettivi e le intenzioni dei Savoia. All’Aspromonte i suoi “picciotti” spararono sulle truppe “italiane” e si fermarono solo quando Garibaldi in persona ordinò ad essi di cessare il fuoco. Con un abile ripiegamento Corrao e i suoi sfuggirono alla manovra aggirante del generale “italiano” Emilio Pallavicini e tornarono in Sicilia. Dopo questi fatti Corrao diede alla sua attività politica una vera e propria connotazione rivoluzionaria e contestò duramente alcune leggi del nuovo Stato, soprattutto quella sulla coscrizione obbligatoria: inutilmente Francesco Crispi cercò di indurlo alla moderazione. Il 29 aprile 1863 Corrao venne arrestato con l’accusa di essere “soggetto volto alla sedizione”, e qualche settimana dopo la scarcerazione, “sull’imbrunire del 3 agosto 1863 fu trovato cadavere- racconta il Marino – in una sua campagna sotto Monreale, tra gli agrumeti della Conca d’Oro, assassinato – secondo quanto scrissero i giornali del tempo – da alcuni sicari travestiti da carabinieri.” Una grande folla partecipò ai funerali, e i suoi amici chiesero a gran voce che venissero individuati esecutori e mandanti. Il che non avvenne. Una decina di anni dopo il senatore Edoardo Pantano tentò di avviare nuove indagini per far luce sul mistero di quell’assassinio, ma si fermò subito, “perché tutti i fascicoli contenenti le informazioni della polizia e il materiale istruttorio della magistratura erano stati distrutti.”. Nel 1960 Il corpo mummificato di Corrao venne trovato in un vano del Convento dei Cappuccini a Palermo e le autorità decisero di dargli definitiva sepoltura nella Chiesa di San Domenico, tra gli uomini illustri della città. Nel discorso di commemorazione Gaetano Falzone disse a voce alta che Corrao era stato un uomo nobile e generoso, e che aveva speso la sua vita per tutti i “dimenticati”, per gli umili destinati ad essere vittime perenni dei potenti e dei prepotenti. Falzone ripeté il giudizio in tutti i suoi scritti dedicati al calafato diventato rivoluzionario. Ed era necessario ripetere il concetto, anche perché nei confronti di Corrao “le menti raffinate” avevano messo a punto un metodo di demolizione che molte altre volte sarebbe stato usato in Italia: non solo lo uccidiamo, ma ne infanghiamo anche il nome e la memoria. E così sul calafato erano state addensate nere ombre: è un mafioso, ed è lui che ha ucciso Rosolino Pilo, per invidia.
Giovanni Corrao era, ha scritto il Marino, “l’incarnazione dello spirito laico- rivoluzionario del garibaldinismo in perfetta e indivisibile simbiosi con la mafiosità di larga parte del sottoproletariato palermitano”. Non a caso erano suoi amici “capipopolo, arditi di varia natura e veri e propri mafiosi, come Turi Miceli, Giuseppe Badia, Lorenzo Minneci e Domenico Abbadessa.”. Il tutto si inquadra nel complicato rapporto tra il nuovo Stato, la mafia “alta” e quella bassa. La mafia “alta” ,la mafia “borghese” di proprietari terrieri, sensali e mercanti, che aveva sostenuto i Borbone, a poco a poco venne condotta da Crispi su posizioni “filopiemontesi”: il “patto” era costruito su un vasto scambio di favori: di là appalti, cariche politiche, la “distrazione” della polizia; di qua i voti e il controllo dell’ordine pubblico. Insomma, lo Stato italiano condivideva nella sua interezza la politica degli ultimi Borbone.La mafia “bassa” e i picciotti del sottoproletariato non sopportavano che il potere tornasse nelle mani dei soliti personaggi, diventati rapidamente, da filo-borbonici, savoiardi, in omaggio all’idea che “tutto deve cambiare perché nulla cambi”. E così i “picciotti” che non si accontentavano si schierarono accanto ai “mazziniani” e si illusero che fosse ancora possibile portare a termine la rivoluzione, impedire lo scellerato connubio tra lo Stato unitario, la borghesia borbonica e la mafia “alta”.
L’assassinio di Corrao fece capire a tutti che la partita era chiusa.

