Addio alla Carrà, icona spensierata di libertà e anticonformismo

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“I testi di quelle indimenticabili sigle, apparentemente innocenti, parlavano di diritti e di libertà”. Anche così Fabio Fazio ricorda Raffaella Carrà, entrata nel mito, nella leggenda, ancor prima di lasciarci. Le sue sigle, i suoi programmi, il suo enorme, meraviglioso e poliedrico talento, il suo garbo, la sua bellezza, la sua educazione e la sua tenacia hanno fatto epoca e hanno tenuto compagnia ad almeno quattro generazioni e non solo di italiani.

A cominciare proprio dall’Italia del dopoguerra, la Carrà con il suo anticonformismo non urlato, ma colorato e spensierato, e per questo intelligentemente e potentemente inclusivo, ha insegnato (da Trieste in giù) che il libero arbitrio in camera da letto non era scandaloso e che non tutte le relazioni, purtroppo, sono esattamente sane. In un Paese, suo malgrado per tanti aspetti bigotto e clericale, ha insegnato alla casalinga di Voghera che per le alterne e imprevedibili vicende della vita, fare l’amore non deve essere un mero atto da compiere col proprio marito, magari in modo infelice col solo scopo riproduttivo.

E non solo, nel corso della sua lunga e luminosa carriera, a proposito delle adozioni gay si è espressa così: “Le voglio dire una cosa: io sono cresciuta senza un padre. Era danaroso, ma troppo playboy, e mia madre divorziò nel 1945. Era molto avanti, forse qualcosa mi è rimasto. Non mi sono mai voluta sposare e mi ha sempre fatto arrabbiare non potere adottare figli senza l’obbligo di quest’anello! Oggi, quando si parla delle adozioni a coppie gay ma anche etero, faccio un pensiero: Ma io con chi sono nata, con chi sono cresciuta? Mi rispondo: con due donne, mia madre e mia nonna. Facciamoli uscire i bambini dagli orfanotrofi, non crescono così male anche se avranno due padri o due madri. Io le ho avute. Sono venuta male?”.

Proprio pochi mesi fa il prestigioso quotidiano britannico The Guardian ha incoronato Raffaella Carrà come icona culturale che ha rivoluzionato l’intrattenimento: “È vero, ho chiesto io di avere una famiglia omosessuale tra le varie famiglie del video, perché è nelle cose, è la normalità ed è giusto che sia così. Ho cominciato a capire il mondo gay durante la prima Canzonissima. Ricevevo lettere da ragazzi gay che non si sentivano accettati, specialmente in famiglia. Mi scrivevano che volevano farsi del male, che volevano suicidarsi. E mi sono chiesta: possibile che esista questo gap tra genitori e figli? Da anni mi chiedevano di prendere parte alle sfilate per l’orgoglio gay e così l’anno scorso sono andata a Madrid alla giornata mondiale del Pride: li ho beccati tutti in una volta”.

E ancora: “Tra i gay ci sono esibizionisti? Anche ladri e delinquenti, se è per questo: proprio come tra gli etero. Per me il mondo non è fatto di gay e di etero, ma di creature”.

Buon viaggio cara Raffaella, per sempre icona di talento, libertà e anticonformismo.