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’A percoca  int’’o vino”: non è uno sfizio, è un rito che si apre con la scelta del vino

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La riflessione di un cuoco sulle diverse suggestioni prodotte dal vino bianco e dal vino rosso. Il “mistico” incontro tra il vino e la “percoca”, e qualche varietà vesuviana della “perzeca”. La “pesca” come metafora poetica: Velardiniello, E. Murolo, D’Annunzio e  Jorge Carrera Andrade.

 

Ingredienti: 1 kg. di percoche, 1 litro di vino. Lavate e tagliate le percoche.Riempite una bella brocca capiente di vetro o di ceramica del vino bianco o rosso (a seconda dei gusti) e fateci cadere dentro le percoche mano a mano che le tagliate a pezzi grossi e rigorosamente irregolari, e riponete la vostra la brocca in frigo. Al momento del consumo, bevete il vino lasciando le percoche sempre dentro la brocca e a fine pasto le gusterete come frutta, ed avranno un sapore speciale poiché hanno assorbito il vino (sito: giallo zafferano)

 

La percoca gialla, maturata al punto giusto, è una sinfonia della Natura, è il “luogo” dove si congiungono morbidezza e solidità, l’ocra luminosa e le “vene” di rosso arancio, la freschezza di fondo e le tracce di sapido calore di un sapore che si modula lento e lungo,  la malinconia dei ricordi e la gioia piena dell’attimo. L’incontro tra il vino e la percoca ha qualcosa di mistico per lo scambio profondo di note: e le note della percoca consentono al vino di liberare e di “esprimere” tutti  i valori del suo “carattere”, anche quelli che di solito sfuggono al sorso frettoloso e distratto, e questi valori, entrando con delicatezza nelle fibre della percoca, danno corpo alla sua freschezza e una preziosa rotondità al suo sapore. Dalla brocca in cui si celebra l’incontro il vino scenderà nei bicchieri con misurata lentezza. Come si conviene a un vino rituale, bianco o rosso che sia. La scelta dipende dai gusti personali e dal significato che ognuno di noi attribuisce a ciò che mangia e a ciò che beve. Il vino rosso, diceva un cuoco del ristorante “Nautilus” di Castellammare, mi spinge a vedere me stesso e il mondo che mi circonda con gli “occhi” del realismo, a prestare attenzione ai fatti, agli atti, a ciò che i volti dicono, e a ciò che nascondono. Un bicchiere di vino bianco mi persuade talvolta  – raccontava, il cuoco, con la filosofica serenità che connotava i suoi piatti -, che il “mondo” sia un interessante teatro in cui la maschera che ognuno di noi porta sul volto richiama alla mia immaginazione i personaggi della commedia napoletana. Credo che avesse ragione. Era fatale che la percoca e la “pesca” entrassero nel patrimonio delle metafore poetiche. Velardiniello, il misterioso poeta-cantore che nel sec. XVI avviò con le sue “villanelle” la gloriosa storia della canzone napoletana, paragonò la “boccuccia” della sua donna a “’no pierzeco apreturo”, a una pesca precoce che sospirava intense suggestioni di sapori, di profumi, di tenerezza: la bocca che si apre al bacio, vogliosa, ma con maliziosa lentezza, come ci dice, nei timbri e nei toni, il gioco fonetico della parola “apreturo”. Nel testo di “Tammurriata all’antica” che venne musicata da E. A. Mario Ernesto Murolo ci ricorda che è impossibile che “’ e percoche” nascano senza “pizzo”: ed è chiara l’allusione ad altre “percoche”, alle sostanziose mammelle delle contadine vesuviane, che spesso trovavano lavoro in città come balie. D’ Annunzio paragonò il “cuor nel petto” a “una pesca intatta” e il poeta Jorge Carrera Andrade, gloria dell’Ecuador e della letteratura latino-americana, chiede che “la notte esali un odore di pesche”, perché solo nello “spazio” di questo odore egli potrà “sentire” i preziosi profumi del corpo della sua donna che è “un composto di frutti”.

Mio padre diceva che le “percoche gialle” di Somma non avevano rivali, mia madre gli rispondeva che quelle ottajanesi del “Cacciato” avevano un qualcosa in più. Francesco D’ Ascoli scrisse una nota sulle “perzeche misciorde”, “molto diffuse nel territorio orientale del Monte Somma”, e più grosse delle “pesche spaccarelle (spiccaci, in lingua italiana)”. Il loro nome era il soprannome di una famiglia ottavianese, i Del Giudice, che nell’Ottocento vendeva vino in tutto il Vesuviano.

“ ‘E percoche int’’o vino” si gustano in silenzio: in un silenzio che, a chi sa ascoltare, dice molte più cose che una lunga sequenza di chiacchiere.