A Ottaviano sul “Largo Taverna” si affacciava la “mitica” Taverna del Passo

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Fino alle nuove norme del 1848 alcune taverne svolgevano anche la funzione di posto di controllo e di riscossione dei dazi comunali. La Taverna del Passo a Ottajano: l’origine del nome; la “maccaroneria”; “la casa della macina”;i sospetti degli Ottajanesi sulla gestione dei dazi comunali; i “sensali” e qualche nota sulla storia dei “grassatori” di strada.

 

Fino al 1848, anno in cui l’amministrazione borbonica cominciò a modificare radicalmente le norme sui dazi che ogni Comune poteva imporre sulle merci che entravano nel suo territorio, anche a Ottajano le taverne aperte in punti strategici, oltre a svolgere le funzioni di taverne e di locande, erano anche centri di riscossione di dazi e di quei tributi “feudali” che nemmeno Murat era riuscito a cancellare del tutto. I principi Medici controllarono i flussi di carri, carichi di merce, che ogni giorno entravano a Terzigno, a San Giuseppe, a Ottajano attraverso la Taverna del Mauro, e le taverne alla Zabatta, al Campitello, ai Passanti, “alla Piazzolla”. Di importanza fondamentale fu la Taverna del Passo, nel “largo” che ancora oggi si chiama “Largo Taverna”, poco lontano dalle “porte” di antiche strade che congiungevano e congiungono Ottaviano a Nola, a Palma, a Sarno e nei pressi dello spazio in cui si teneva il mercato settimanale. Si chiamava Taverna del Passo, perché fino alla metà del ‘700 i mercanti che entravano in città con i loro carichi pagavano lì il “diritto del passo”. In una relazione del 1805 si legge che la Taverna si sviluppava intorno a un portico che immetteva in nove ampie camere, tutte coperte da soffitti formati da “travi e sottotravi”. C’erano, negli spazi della taverna a piano terra e nei due vasti cortili tre forni, tavoli, due banchi per la mescita del vino, due stalle, un lavatoio, “due grandi pagliai sostenuti da pilastri” dove venivano parcheggiati i carri e una cantina con un centinaio di botti. Sull’ampia loggia del primo piano si affacciavano cinque camere, coperte da travi, con 18 “giacigli”. Tra il 1790 e il 1805 i Medici affittarono la Taverna a Michele e Giovanni Mazza e a Giuseppe e Francesco Menichini per 1500 ducati all’anno, una somma veramente notevole, che da sola ci fa capire quale fosse la misura degli incassi.Bisogna dire che alla Taverna del Passo non si giocava a carte: su questo punto i Medici furono intransigenti: sapevano che i problemi già erano troppi, e che non c’era spazio per quelli prodotti dal gioco, e dal fatale connubio tra gioco, soldi e boccali di vino. Tra la Taverna e la piazza del mercato c’era la “maccaroneria”: nel 1805 era rimasta in funzione solo una delle cinque “macchine” che nel 1790 producevano “maccheroni”: in questi 15 anni gestirono l’ “officina”, pagando tra 50 e 60 ducati all’anno,prima Michele e Vincenzo Menichini, certamente parenti con gli affittuari della Taverna del Passo, e poi Luigi e Antonio Pascale, membri di una famiglia, i Pascale, che partiti come cocchieri dei principi erano riusciti a entrare e ad occupare un ruolo di rilievo negli uffici dell’amministrazione del “feudo”.  In un angolo dell’edificio che ospitava la “maccaroneria” c’era ancora nel 1801 la “casa della macina”, che fu al centro di complicate questioni giuridiche tra la famiglia Medici e l’amministrazione comunale di Ottajano. Nel 1801 in questa “casa” non si macinava più niente, ma si riscuotevano i dazi imposti su tutta la farina che dai mulini di Sarno, di Cimitile e di Nola veniva ogni giorno portata ai forni e alle botteghe di Ottajano. I maliziosi Ottajanesi sospettarono fin dal primo momento che i “gabellieri” incaricati di controllare il peso dei sacchi, di calcolare l’importo e di incassare le somme corrispondenti chiudessero gli occhi quando arrivavano i “carichi” destinati ai bottegai e ai fornai, diciamo così, “protetti”. I sospetti divennero così intensi e le chiacchiere così rumorose che tra il 1785 e il 1805 non ci fu seduta di Decurionato, cioè di Consiglio Comunale, in cui il sindaco e i decurioni più influenti non dichiarassero, con parole severe, che giù alla Taverna del Passo la legge veniva rispettata in ogni sua parte sia da chi doveva pagare il dazio, sia da chi era chiamato a controllare la correttezza dei pagamenti. Anche la Taverna del Passo, come tutte le altre taverne, fu il teatro di risse e di “duelli” sanguinosi, tra “gabellotti” e mercanti e tra mercanti e sensali, soprattutto quei particolari “sensali” che chiedevano una “mercede” sui “carichi” introdotti in Ottajano. Nel 1838 la strada che dalla Taverna portava, e ancora porta, a Nola, costeggiando Villa Albertini e attraversando Piazzolla, era infestata da una banda di “grassatori”, di rapinatori. Si legge in una relazione di polizia al Sottointendente di Nola-  è l’ottobre del 1838- che questi banditi avevano bloccato prima di Piazzolla, con cattive intenzioni, due carri carichi di farina che venivano da Cimitile e un carro che portava olio da Lauro. Quando i carrettieri dissero che olio e farina erano attesi, alla Taverna del Passo, dai sensali ottajanesi Giovanni Iovino e Felice Menichini, le cattive intenzioni dei “grassatori” si dissolsero in un attimo e i carri salirono verso Ottajano senza problemi.