A Ottaviano il concerto per Charlie Parker: il fascino della musica nell’incanto del paesaggio

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Nel luminoso paesaggio su cui si apre la “Baita del Re” – le luci lontane della Campania Felix, il silenzio maestoso e loquace della Montagna – musicisti importanti hanno reso omaggio al genio di Charlie Parker, alle “strade nuove” che egli indicò non solo ai musicisti, ma anche ai pittori e agli scrittori.

 

 

Domenica sera, un “luogo” spettacoloso di Ottaviano, “La Baita del Re”, ha ospitato un concerto in memoria di un re del jazz, Charlie Parker, nato nel 1920 e morto nel 1955. Hanno partecipato al concerto Gino Giovannelli, Loredana Lubrano, Valerio Silvestro, Errico Cutolo, Silvia Manco, Laura Taglialatela, Giulio Scarpato, Carmine Casciello. E lo spettacolo si è concluso sotto il segno dell’arte di Logan Richardson, Dario Deidda e Gregory Hutchinson. Non mi permetto di commentare gli aspetti tecnici: ma le virtù vocali e le magie che venivano su dagli strumenti avevano tale bellezza e tale forza che era facile notare, nelle espressioni degli spettatori, l’emozione totale, dei sensi, del sentimento, e della memoria. Del genio sommo di Charlie Parker ho una conoscenza indiretta, che mi viene dall’aver studiato due pittori, Alberto Sughi e Giancarlo Cazzaniga, la cui arte trovò una eccezionale fonte di ispirazione nella rivoluzione scatenata nel mondo del jazz da Parker, da Dizzy Gillespie, da Thelonius Monk, da Chet Baker e da Kennie Clarke. Soprattutto il Cazzaniga cercò di “rappresentare” nei geniali giochi cromatici delle sue tele il jazz nuovo di Parker e degli altri, l’autonomia dei suoni che si innestano nei misteriosi e filosofici silenzi, le improvvise armonie, le fulminee dissonanze, che sembravano casuali e invece si rivelavano necessarie – “fatali” avrebbe detto  Alberto Sughi.. Sarebbe facile dimostrare che le sue idee Cazzaniga le trasmise anche a Lucio Fontana e a Piero Manzoni, negli incontri serali a Milano, al bar del quartiere Brera, un bar che non poteva che chiamarsi “Jamaica”.

E debiti enormi con il genio di Parker e di Chet Baker contrassero anche gli scrittori della Beat Generation, Jack Kerouac, Allen Ginsberg e William Burroughs. Forse anche David Foster Wallace non avrebbe scritto “Brevi interviste con uomini schifosi” e “Infinite Jest” se Parker e Chet Baker non avessero aperto certe “strade” nella cultura americana del’900. Per ora mi limito a parlare del prodigio creato dall’incontro tra la musica e un paesaggio che nella luce lunare e nei giochi luminosi che si intrecciavano nelle lontane forme della Campania Felix richiamava all’immaginazione le “voci” della Montagna carica di storia e capace, da sempre, di dar voce anche al silenzio.Quindi si può capire quale suggestione abbia prodotto in tutti Errico Cutolo quando ha cantato “Voce ‘e notte”. Mi auguro che questi “incontri” si ripetano: la nostra Ottaviano può serenamente aprirsi a una musica che consente a coloro che l’ascoltano  di confrontarsi con modelli culturali di grande sostanza e, in definitiva, con sé stessi: una musica “storica e psicologica” che non dimentica il passato, ma  permette anche di ascoltare le note che vengono dal futuro.