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A Napoli, nel 1877, la terza Esposizione Nazionale d’Arte, la svolta nella storia della pittura e i ricchi premi

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Nell’ Esposizione napoletana si manifestò in tutta la sua complessità la tendenza del “verismo sociale”, i cui rappresentanti contestavano duramente la pittura accademica. Il tema della “vita in famiglia” ispirò anche i quadri dedicati ai “pompeiani”, quadri che grazie ad Alma Tadema erano molto richiesti nel mercato europeo. Il trionfo di Michetti con “La processione del Corpus Domini” e i ricchi premi distribuiti a pittori, scultori, ceramisti, intagliatori del legno.

 

Nei libri di storia dell’arte, oltre alle splendide immagini dell’arte figurativa e a qualche “facile” nota tecnica, cerco soprattutto i riferimenti alla storia sociale. L’ Esposizione Nazionale di pittura che si tenne a Napoli nel1877, e che è stata analizzata in modo significativo da Claudio Poppi, è importante non solo per la svolta che essa impresse, a detta degli studiosi, nella storia della pittura italiana, ma anche perché indusse a venire nella nostra città, tra gli studiosi e i cronisti, anche Renato Fucini e Pietro Coccoluto Ferrigni, detto Yorick: i quali descrissero il loro soggiorno a Napoli,  l’uno in “Napoli a occhio nudo”, l’altro in “Vedi Napoli e poi….”. Dunque questa Esposizione, che si tenne nella sede dell’Accademia delle Belle Arti, merita di essere raccontata da molti punti di vista. Scrivono gli studiosi che l’Esposizione napoletana consacrò il successo degli artisti che combattevano “il convenzionalismo accademico” in nome di un meditato accordo tra fantasia creatrice e quello studio costante del vero che era al centro del programma dei “macchiaioli” toscani. Scrive il Poppi che l’Esposizione mise in luce una interpretazione del realismo che non escludeva la “memoria” del vero, e che dunque consentiva ai pittori di dipingere scene della vita quotidiana filtrate attraverso il ricordo. Gli organizzatori, desiderosi di conferire all’ Esposizione tutti i caratteri della novità, concessero uno spazio importante ai pittori che incominciavano a trattare un tema destinato a grande successo, le “scene di vita quotidiana” delle “famiglie del popolo”: un tema ben rappresentato dalla “Ruota dei trovatelli” di Gioacchino Toma (vedi immagine in appendice) e dalle opere di Tedesco, di Sciuti, di Antonio Mancini, che presentò “I figli di un operaio” e “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Gli organizzatori invitarono anche artisti stranieri, ma tra i più noti risposero all’invito solo Géròme e Alma Tadema: ma proprio questo invito agli stranieri indusse alcuni importanti pittori italiani a non mandare opere all’ Esposizione. Anche Domenico Morelli fu assente: ma è probabile che sia stato indotto a tenersi lontano dalla manifestazione soprattutto dai contrasti che da un anno agitavano i suoi rapporti con la Direzione dell’Accademia. Il tema della “vita in famiglia” venne calato da alcuni pittori nella “quotidianità” del mondo romano: in questo modo la tendenza dominante nella pittura di quegli anni si congiungeva con quella rappresentazione, in parte realistica, in parte fantastica, degli antichi “Pompeiani” che gli scavi e la pittura di Alma Tadema avevano fatto diventare un tema dominante nel mercato europeo dei quadri e delle sculture. Perciò Boschetto presentò “Agrippina”, Sciuti il “Plauto”, Gaetano D’Agostino “I saltimbanchi” e Francesco Netti il “Coro antico”. Attirò l’attenzione generale il gruppo “I parassiti” di Achille D’Orsi, un “gesso” patinato a finto bronzo che rappresenta due antichi “romani” vinti dal vino . Ma il “centro” dell’Esposizione venne occupato da un quadro destinato a diventare famoso, “La processione del Corpus Domini a Chieti”, di cui, in apertura d’articolo, pubblichiamo il “particolare” della donna che porta in braccio due bambini. L’autore della tela di notevoli dimensioni (cm.100x 220) era un abruzzese di 26 anni, Francesco Paolo Michetti, a cui Francesco Netti, il critico- pittore, contestò la scelta di una cornice troppo ricca e troppo “fiorita” e Camillo Boito vistosi errori nel disegno dei corpi e nell’uso dei moduli della prospettiva. Ma entrambi dichiararono che quel giovane era destinato a una splendida carriera, e che la sua opera meritava di essere premiata.

Il primo premio per la pittura a olio venne assegnato proprio al Michetti e a Giuseppe Palizzi, che ebbero 4000 lire ciascuno; il secondo premio e lire 2000 per ogni premiato andarono a Eleuterio Pagliano, Enrico Fiore, Giacomo De Chirico, Michele Cammarano e Francesco Netti; il terzo premio, accompagnato da lire 1000, lo conquistarono otto pittori, e tra questi Giuseppe Boschetto, Gioacchino Toma e Telemaco Signorini. Per “gli acquerelli e le tempere” il diploma d’onore del primo premio lo ottenne Giacinto Gigante, mentre Edoardo Tofano, Francesco Coppola Castaldo e Vincenzo Cabianca dovettero accontentarsi del diploma di merito. Il romano Ercole Rosa, autore del monumento a Vittorio Emanuele II che sta in piazza Duomo a Milano e del “gruppo” dei Fratelli Cairoli che si ammira a Roma, al Pincio, conquistò il primo premio per la scultura e le 4000 lire offerte dal Banco di Napoli, mentre il secondo premio e il corrispondente “dono” di lire 2000 vennero attribuiti a otto scultori,  tra i quali c’erano Achille D’Orsi e Giovanni Battista Amendola, l’artista di Episcopio di Sarno, autore della statua di Murat al Palazzo Reale di Napoli. Vennero premiati anche i ceramisti e gli intagliatori del legno.