Violenza sulle donne. Dagli abusi alla denuncia: la storia di Katia

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    Stessa storia, analoghi abusi, epiloghi diversi. Come Melania Rea, Yara e Sarah. Katia però è salva: l’amore della madre l’ha spinta a denunciare ed oggi ha una vita felice.

    Occhi gonfi, sguardo perso nel vuoto. Eppure quel volto corrugato è pronto a giurarlo: un giorno Katia è stata felice. Lo è stata quando ancora bambina fingeva di dormire, mentre la madre con coccole e caffèlatte la incitava ad alzarsi per accompagnarla a scuola. Lo è stata ancor di più quando il papà mai stanco nonostante il lavoro logorante, la assecondava nelle sue richieste più assurde. Flashback di serenità che si interrompono bruscamente in un pomeriggio di metà novembre. Un’auto in corsa, per il piccolo Lorenzo non c’è stato scampo: travolto senza possibilità di salvezza.Perdere un figlio di soli cinque anni stravolge l’equilibrio familiare al punto che quasi ci si dimentica che ci sono altri figli da proteggere, da consolare, perchè ugualmente sconvolti da una simile tragedia. Fu in quel periodo che Katia cominciò a frequentare Serena.

    Un’amicizia che sembrava distrarla dal torpore che da mesi regnava in casa propria. Ormai per Katia era diventata un’abitudine: all’uscita da scuola il pranzo a casa dell’amica, i compiti insieme, i pomeriggi passati a fantasticare su Luca, il ragazzo più bello della scuola. Solo a tarda sera tornava a casa e si rinchiudeva in camera sua. Cuffie e musica ad alto volume sembravano placare quel silenzio fin troppo loquace. Eppure un giorno quell’equilibrio raggiunto a fatica dopo la morte del fratello si spezzò bruscamente. A raccontare la sua storia è la stessa Katia (il nome è di fantasia), trentenne, cresciuta a Maddaloni, paese alle porte di Caserta.Un esempio di chi ce l’ha fatta, di chi è riuscita a vedere la luce dopo anni di torpore. Purtroppo gli epiloghi non sempre sono così positivi. Nel raggio di pochi chilometri ci sono analoghe storie di vite stroncate da abusi efferati, come il caso eclatante di Melania Rea.

    “Erano un po’ di giorni che Serena non veniva a scuola, e cominciavo a preoccuparmi”, racconta Katia. Non mi rispondeva al telefono e nemmeno ai messaggi che invano le inviavo chiedendole magari di aiutarmi con i compiti di latino. All’angoscia per la drammatica situazione che vivevo in famiglia, si era aggiunta la paura di aver perso la persona che più di tutte mi aveva spinto a lottare in un periodo buio. Decisi quindi di farle visita. Se non mi rispondeva al telefono, si sarebbe stancata almeno di sentir suonare il citofono. Dopo quasi un’ora di attesa, il cancello si aprì, ma di lei nessuna traccia. Mi addentrai tra i corridoi di una casa che conoscevo quasi meglio della mia, ma la scena che trovai ad attendermi, fu a dir poco raccapricciante.

    “Serena era distesa sul suo letto, mezza nuda con gli occhi gonfi dal pianto”, continua Katia. Mi avvicinai a lei ma quando finalmente trovai il coraggio di chiederle cosa fosse accaduto vidi i suoi occhi sgranarsi e nello sguardo lessi il panico scaturito dalla consapevolezza di qualcosa che di li a poco sarebbe accaduto. Una mano rude, pesante mi tappò la bocca, mentre l’altra con un gesto deciso mi scaraventò sul pavimento. Feci per girarmi e lo riconobbi: era il padre di Serena. Quell’uomo dolce e gentile che per mesi ci aveva accompagnato a scuola sembrava diverso, quasi indemoniato. Facile immaginare cosa accadde dopo. Iniziò a spogliarmi, a toccarmi, a ripetermi che dovevo essere punita per chissà quale assurdo motivo, e poi senza che nè io nè Serena riuscissimo a fermarlo, abusò di me”.

    Cosa accadde dopo? E’ stato un episodio sporadico o quell’uomo ha continuato ad abusare di te e della figlia?
    “Il seguito è stato drammatico. Dopo quella sera ce ne furono altre, se non andavo io da Serena era lui che con scuse banali veniva a prendermi a casa ed ogni volta io mi sentivo sempre peggio. Passavo ore sotto la doccia a casa. Come se l’acqua potesse levarmi di dosso lo sporco di una violenza che mi aveva logorato anche l’anima”.

    Tu però hai trovato il coraggio di denunciarlo, cosa è scattato dentro di te da spingerti a compiere questa scelta?
    “Un pomeriggio mia madre bussò alla porta della mia camera. Aprì le tende e mi disse che quel sole così forte meritava una passeggiata all’aria aperta. Ma quando incrociò il mio sguardo, quasi si impietrì. Per le mamme a volte le parole sono superflue, sanno sempre quello che capita ai propri figli anche quando non sono loro a raccontarglielo. Si avvicinò a me e mi strinse forte e mi chiese il perchè dei miei silenzi. Poi il volto le si riempì di lacrime e mi chiese scusa per la sua assenza, ripetendomi che se Lorenzo era morto, io non ne avevo colpa: Fu lei a spingermi a denunciarlo. Mi accompagnò dai carabinieri, ascoltò la mia storia raccapricciante, stringendomi a sè ogni volta che i dettagli le spezzavano il cuore. Nei mes successivi fu un continuo di interrogatori, processi, iter burocratici a cui la giustizia italiana costringe le vittime di violenza. Come se non fosse già troppo difficile denunciare. Oggi quell’uomo è in carcere e sta pagando le sue colpe. Ma ci sono ancora troppi “orchi” in libertà e troppe donne che hanno paura di denunciare”.

    Tu oggi hai una famiglia, un uomo che ti ama e dei figli che riempiono le tue giornate. Ma c’è chi invece non ha avuto la tua stessa forza. Che consiglio ti senti di lanciare alle migliaia di donne vittime di violenza?
    “Denunciare , sempre e comunque. Che si tratti di violenze sessuali, di stalking o di semplici percosse, non siamo mai noi la causa di simili abusi. Chi compie questi gesti non ci ama, non manterrà mai nessuna promessa di cambiamento e per questo non merita giustificazione. Il passo tra la violenza di oggi e la morte di domani è breve. Denunciare, è l’unico modo che abbiamo per salvaguardare la nostra incolumità e la nostra vita”.