“Non importa quanto sia stretto il cammino, quanto piena di castighi la vita: io sono il padrone del mio destino, sono il capitano della mia anima”: il mondo piange Nelson Mandela.
Barack Obama, con un discorso appassionato e ispirato, ai funerali del leader sudafricano ha definito Mandela “gigante della storia” e “l’ultimo grande liberatore del XX secolo“. Tutto il Sudafrica ha pregato e pianto per Madiba. E’ stato ricordato nelle chiese, nei templi battisti e metodisti, nelle sinagoghe e nelle moschee. Il suo impegnato ha unito tutti. Come lo fu per Madre Teresa a Calcutta. Diluviava durante i funerali. E questo avrebbe voluto Mandela, hanno pensato in tanti. Nella tradizione africana, infatti, la pioggia simboleggia l’apertura del cielo per accogliere lo spirito del defunto. Non solo. Lo scrittore di Johannesburg, Bryce Courtenay racconta, nel più famoso dei suoi romanzi, “La forza del singolo”, come il capo in grado di unire le varie tribù sudafricane sia chiamato, dai locali, il “mago della pioggia”.
Perchè il desiderio dell’acqua nelle savane assolate accomuna i differenti popoli. E questo è stato Mandela per il mondo intero nella sua bella vita. Ricordare Nelson Mandela è un dovere per chiunque creda nel sacrosanto valore della libertà e dell’uguaglianza dei popoli. Mandela non è stato solo un celebre premio Nobel, un presidente autorevole, il padre della Patria che tutti sognavano in Sudafrica, ma, soprattutto, l’eroe nella lotta contro l’apartheid, uno dei peggiori abomini perpetrati dalla colonizzazione occidentale in Africa. Si era ritirato ufficialmente dalla vita pubblica nel 1999, ma non ha mai interrotto la sua indefessa azione in difesa degli ultimi, portando un’instancabile battaglia per la pace e la giustizia oltre i confini del Sudafrica. Reso fragile dall’età e dai 27 anni trascorsi nelle galere del regime segregazionista bianco, già nel 1994, all’epoca delle prime elezioni libere, Mandela riteneva che non fosse opportuno fare il presidente a vita.
Per lui, forgiato dalla passione impostagli dal regime di Pretoria, l’esercizio del potere doveva essere inteso unicamente come servizio alla nazione. Unanimemente riconosciuto come il leader africano che ha maggiormente contribuito a segnare l’epoca del riscatto dopo l’onta coloniale e le pessime performance di molti regimi, Mandela ha avuto il merito di scongiurare una guerra civile che avrebbe sconvolto il Sudafrica, con conseguenze forse irreparabili. Era un giorno limpido di fine estate nell’emisfero australe, quell’11 febbraio del 1990, quando dal cancello del penitenziario di Victor Vester, vicino a Città del Capo, usciva dopo 27 anni il detenuto politico numero “46664”.
All’anagrafe risultava “Rolihlahla Dalibhunga”, nato nel villaggio di Mzevo il 18 luglio 1918, ma per tutti era Mandela, detto anche “Madiba”, come veniva chiamato dalla gente, con riferimento al suo clan. A dare l’ordine di liberarlo era stato Frederik Willem de Klerk, l’ultimo presidente bianco del Sudafrica e premio Nobel per la pace con lo stesso ex prigioniero nel 1993. Dopo aver colpevolmente tollerato per troppi anni il razzismo, il mondo forse solo oggi ha compreso l’enorme valore del miracolo che si è compiuto vent’anni fa in Sudafrica. Quel Sudafrica che ha incarnato il buon azzardo dell’utopia, proprio grazie al sacrificio di Mandela.
Dobbiamo veramente ringraziare “Madiba”, per aver tracciato nei cuori il solco della speranza. Mentre la folla fluiva, nello stadio, alcuni giovani recitavano l’ultima strofa della poesia di William Henley, tanto cara a Mandela e citata anche da Obama, “Non importa quanto sia stretto il cammino, quanto piena di castighi la vita: io sono il padrone del mio destino, sono il capitano della mia anima“. Ha lottato per la libertà . Ha combattuto a favore degli oppressi, ha voluto che tutti fossero liberi, ha liberato il popolo del suo Paese. Ha combattuto contro la dominazione dei bianchi, ma anche contro la dominazione dei neri. Tra le tante, leggendo un po’ la sua vita, mi hanno colpito due sue frasi celebri:” Esseri liberi non significa semplicemente rompere le catene ma vivere in modo tale da rispettare e accentuare la libertà altrui“; e: “I veri leader devono essere in grado di sacrificare tutto per il bene della loro gente“. “Chi ha orecchi, ascolti”, diceva il Maestro, duemila anni fa.
(>Fonte foto: Rete internet)




