Gli stencil di Bansky spuntano per le strade di mezzo mondo: sono ironici, ridicolizzano il potere e il perbenismo, sfidano la falsa morale. A Napoli, la rilettura della “Santa Teresa” del Bernini, purtroppo perduta nel 2010.
È irriverente, provocatorio, contraddittorio, politico, caustico, tagliente e polemico. È Banksy,
street artist tra i più influenti della scena metropolitana contemporanea. Il suo nome è avvolto dalla
leggenda. Nessuno è al corrente della sua vera identità, nessuno conosce il volto che si cela dietro il
tag che lo contraddistingue e con cui ha marchiato le città di mezzo mondo.
Le poche informazioni che circolano sul web contribuiscono all’alone di mistero che circonda il
writer: si sa che è nato in Inghilterra, a Bristol, forse nel 1974. Ma non c’è da metterci la mano
sul fuoco. L’unica certezza viene dal suo lavoro. Dalla fine degli anni ottanta, per le strade
inglesi cominciano a sbucare tracce del suo passaggio.
Il graffitismo viveva allora la sua epoca
d’oro, grazie alla rivoluzione di artisti come Keith Haring o Jean-Michel Basquiat, che avevano
comprovato l’artisticità della pittura di strada a suon di vernice spruzzata nelle zone più degradate
e anonime delle città americane. I graffiti metropolitani enfatizzavano con colori squillanti e tinte
acide lo squallore del sottoproletariato urbano, di cui divenivano la forma di comunicazione e di
protesta più lucida e chiassosa. A questo background culturale si aggiunge un altro modello di
riferimento da cui partiva il giovane graffitaro di Bristol: Blek le Rat, artista francese che per primo
aveva utilizzato la tecnica poi consacrata da Banksy, lo stencil graffiti. Quella influenza e quella
poetica sono tanto coerenti con la sua arte, che Banksy ha confermato questa singolare filiazione
affermando: “Ogni volta che dipingo qualche cosa, scopro che Blek le Rat l’aveva già fatto 20 anni
fa”.
Ma Banksy si è emancipato dalle suggestioni del suo mentore, trasformando il graffito in un arte
di frontiera: lo spray è il suo pennello, qualsiasi brandello di parete la sua tela, i cittadini il suo
pubblico, la vita e le sue contraddizioni la sua fonte di ispirazione continua. Proponendosi nel
panorama della guerrilla art, l’arte dell’anonimato e dell’irriverenza, Banksy ha fatto del topo
il suo emblema. Celebri i suoi Rats stencil, dove quegli animali da sempre cacciati, perseguitati
e costretti a sopravvivere nell’oscurità divengono il simbolo di una cultura emarginata, relegata
dal perbenismo e dalla falsa morale al limite della clandestinità. Come i topi che si muovono
nell’ombra, Banksy predilige la notte per le sue opere di “rapina”: stencil appoggiato al muro,
uno strato di colore e via; ecco come emergono capolavori che, integrandosi perfettamente con
l’ambiente, stimolano la riflessione.
Ad esempio, nel 2005, Banksy si reca in Israele dove attiva la
sua personale contestazione per la costruzione del muro che divide i territori occupati, realizzando
mordaci trompe l’oeil, tagli nel cemento che creano il senso della terza dimensione e che
permettono di vedere cosa ci si perde se si è dall’altra parte della barriera. I bambini che giocano e
gli squarci colorati (foto) stridono rispetto al grigiore del muro: essi sono l’evidente metafora della
libertà, tradotta in immagini che ridicolizzano e stigmatizzano l’oppressione in ogni sua forma. Il
mitico writer britannico, nel suo continuo peregrinare per marchiare le pareti dei quattro continenti,
ha fatto tappa anche a Napoli. L’artista ha realizzato in via Benedetto Croce uno stencil che ritraeva
la Santa Teresa del Bernini “riletta” in chiave moderna: con una coca cola piazzata sul petto e
delle patatine stile Mc Donald in mano, l’opera urlava la sua più sferzante critica al consumismo
odierno, ma purtroppo è andata perduta, cancellata nel 2010 a colpi di spray, preda delle gelosie di
un “collega” che non ne aveva compreso l’importanza del messaggio.
Un peccato, senza dubbio;
anche considerando che le stime del murales si aggiravano intorno ai centomila dollari. Già, perchè
Banksy, nonostante l’anonimato, è tra gli artisti contemporanei più quotati; solo così si giustifica
un annuncio che circolava qualche tempo fa, slogan di vendita divertente ed insolito che recitava:
“Vendesi opera di Banksy con casa attaccata”.
(Fonte foto: Rete Internet)
