Approfondimento sul tema della legalità nella società civile, nelle professioni, nella politica e nelle relazioni umane.
Legalità concetto astratto? Non se si comincia dai piccoli gesti, come riunire in una folta platea con molti studenti e cittadini quattro illustri relatori che della legge e del diritto hanno fatto la cifra della propria esistenza. È il caso del convegno tenutosi nel Centro Studi di Madonna dell’Arco, con gli interventi di Vincenzo Maiello, professore di Diritto Penale all’Università Federico II di Napoli, Maurizio Patriciello parroco al Parco Verde di Caivano, Paolo Mancuso procuratore capo del Tribunale di Nola e Francesco Paolo Casavola Presidente emerito della Corte Costituzionale. Ha moderato Francesco De Rosa, giornalista, scrittore e direttore de “La camorra, vista e rivista”.
Presenti in sala, il dirigente dell’Istituto “Luca Pacioli” di Sant’Anastasia, Antonio De Michele, il priore del Santuario di Madonna dell’Arco Rosario Licciardello e il presidente dell’Associazione “Cenacolo dell’Arco”, Pasquale Scognamiglio.
Ciascuno ha portato la propria esperienza, di vita e professionale – dalla lectio magistralis di Maiello all’esperienza di vita di Patriciello, evidenziando, in particolare, che il concetto di legalità per essere trasportato nelle azioni quotidiane, debba essere inteso come un connubio di vari elementi tra loro interagenti.
Questi elementi sono da ricercare, innanzitutto, nel generalissimo principio del neminem ledere e nei Princìpi fondamentali di cui è permeata la Costituzione italiana, così come anche le grandi Carte dei diritti internazionali. L’art. 2 della nostra Carta costituzionale ci dice: “>La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale“. Ebbene se questo è scritto, allora per fare in modo che ogni persona riesca a svolgere la sua personalità nelle formazioni sociali entro le quali si colloca, bisogna capire che l’essenza della legalità si realizza ogni qualvolta ognuno di noi si astiene dall’usurpare un diritto altrui.
La legalità, date queste premesse, è un concetto che convoglia in sè diversi ambiti culturali e competenziali, nel quale rientrano il ruolo formativo della scuola, l’educazione in famiglia e nella società civile, l’osservanza delle regole deontologiche nelle professioni, l’implementazione concreta dei diritti sociali a carico delle istituzioni politiche, che dovrebbero essere sempre più il diretto interlocutore dei cittadini, e quindi enti esponenziali delle esigenze della popolazione nell’ottica del principio della sussidiarietà.
La legalità, da un punto di vista culturale, non deve essere intesa come prerogativa dei tribunali, delle forze dell’ordine o dei magistrati, essa è un concetto ben più profondo che si va a radicare nell’intera società, a partire dal primo nucleo sociale dove si sviluppa la personalità dell’individuo ossia, la famiglia.
Legalità, pertanto, non è sinonimo di giustizia, in quanto, come ha sostenuto Paolo Mancuso, procuratore capo del Tribunale di Nola, “gli strumenti coercitivi a disposizione dello Stato possono soltanto curare i sintomi ma non la causa della malattia, è piuttosto il valore di gruppo della solidarietà che va tutelare i fondamentali interessi della coesistenza civile, soltanto realizzando questi ultimi si tutela anche l’interesse individuale”.
Nell’epoca attuale stiamo dimenticando il valore del bene comune, presi come siamo dall’individualismo e dal materialismo esasperante, dall’indifferenza e dall’omertà che spesso si traduce in tolleranza e complicità, dall’idolatrare il dio danaro a scapito della lealtà. Soltanto la solidarietà e la democrazia tutelano il Diritto e i diritti, espressione dello spirito dei popoli che muore e rinasce più volte essendo creazione e rivoluzione al tempo stesso, come insegna il sociologo Harold Berman.
La legalità è possibile solo se si riesce a rivoluzionare il modo di vedere le cose, soltanto se si comprende, finalmente, che essa dipende da noi, dai pensieri, dalle esperienze, dalle parole e dai comportamenti che ogni cittadino pone in essere vivendo ogni giorno della propria vita semplicemente con onestà, rispettando le leggi, tenendo fede alla parola data, essendo grati a coloro che hanno immolato la loro vita per la legalità di tutti noi, come i giudici Falcone e Borsellino, solo per fare gli esempi più eclatanti e conosciuti.
L’idea del convegno è stata quella di coinvolgere tutti nel nome della legalità, del senso del dovere e della responsabilità individuale, nella convinzione che coinvolgere tutti nella battaglia contro l’erbaccia infestante dell’illegalità, sia l’unica maniera di fare passi avanti.
Eventi come questo smuovono le coscienze, si assiste sempre come protagonisti di emozioni avvincenti e contrapposte che vanno dall’entusiasmo reazionario di voler cambiare le cose partendo da noi stessi, alla mancata fiducia che le cose possano davvero cambiare in un territorio dove, per riprendere le parole del parroco Patriciello, “bisogna prosciugare la palude stagnante della cultura camorristica e se non si riuscirà in questo obiettivo, probabilmente ogni speranza è persa”.
Approfondimenti e consigli letterari
– Durante il convegno è stato citato il libro di Ermanno Rea “La fabbrica dell’obbedienza. Il lato oscuro e complice degli italiani“, libro che sottolinea il fatto che l’Italia è l’epicentro della cultura della tolleranza e del qualunquismo in nome dei quali tutti sono uguali, tanta superficialità etica e tanta mancanza di senso di responsabilità
– “Che cos’è la legalità” di Gherardo Colombo. In nessun Paese europeo come in Italia la regola è sentita come sofferenza, anzi come un limite. La regola, la legge è in Italia tollerata, sopportata, sofferta.


