Perché 80 anni fa Mussolini concesse di cambiare il nome di Ottajano in Ottaviano.

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Con il decreto del 1933 lo Stato riconobbe il rapporto storico tra il territorio ottajanese e la famiglia dell’imperatore Augusto, che morì a Nola, o a Somma, o nei dintorni, nel 14 d.C. Il 2014 sarà un anno di manifestazioni in memoriam.

Tacito dice (Annali, I, 5) che Augusto chiuse gli occhi, nell’agosto del 14 d.C. , “ad Nolam “, che dovrebbe significare – garantisce chi sa di latino – “presso Nola”. Ma poi lo storico precisa (Annali, I, 9) che l’imperatore morì “ Nolae “, a Nola, nella medesima casa e nella medesima stanza in cui era morto Ottavio, suo padre. Ma gli scavi di quella che Mario Angrisani nel 1936 chiamò la “Villa Augustea in Somma Vesuviana”, i ragionamenti intorno all’origine del nome “Somma” e l’autorità di Matteo Della Corte permisero agli storici Sommesi di spostare in territorio di Somma il luogo in cui Augusto spirò. Ma c’era un altro ma.

Matteo Della Corte, per confortare la tesi sua e dei Sommesi che Augusto fosse morto a Somma, scrisse che il “nudo locativo -Nolae -” del secondo passo degli Annali di Tacito ” deve per noi avere il valore di – in Nolae territorio -“e Somma stava nel territorio di Nola. Ma nello stesso articolo, pubblicato nell’aprile del 1933, dovette ammettere, il Della Corte, che il toponimo “Ottaiano” veniva direttamente dal termine “Octavianum“: e Octavianum, cumm’ ‘o vuoti e cumm o giri“, in latino significa una cosa sola: Octaviorum praedium., latifondo degli Ottavii. Ma perchè tale nome è stato dato al “Comune che occupa la regione alle falde declivi del Vesuvio” ?: questa era la domanda che turbava l’archeologo. Proprio nell’ottobre di quell’anno Vittorio Emanuele III firmò il decreto che cambiava il nome di quel Comune da Ottajano in Ottaviano.

Quattro anni dopo il Della Corte pubblicò sul “Giornale d’Italia” un articolo sulla morte dell’imperatore: il titolo ” L’ultima ora di Augusto nella Villa Summa del suo Octavianum di Nola” pare un enigma, ed era solo il tentativo di non scontentare nessuno.
Nel 1947 alcuni giovani ottavianesi accompagnarono Amedeo Maiuri a esaminare i resti di una “villa” romana che essi avevano portato alla luce “lungo una pendice che sovrasta il Castello del Principe”: per quei giovani la scoperta era come la conferma “di un titolo nobiliare”: erano, quei resti, la prova che la città era degna dell’onore” di restituire al suo nome la forma schietta e pura del gentilizio romano “. Insomma, Ottaviano meritava di chiamarsi così. Esaminate “le povere rovine” di quella “villa”, Maiuri confortò l’entusiasmo di quei giovani riconoscendo che era “la più alta masseria antica del Vesuvio” e concedendo a Ottaviano il ” vanto di essere uno dei maggiori centri di produzione del vino vesuviano”. Ma quando alla stazione, “in attesa del treno”, uno dei giovani – ho motivo di credere che fosse Francesco D’ Ascoli – prima citò a memoria Tacito e Svetonio e poi gli pose l’imbarazzante domanda: era o non era Ottaviano il ” predio ” della gens Octavia e quindi di Ottaviano Augusto ? l’archeologo prese tempo: “per buona sorte il treno arrivò in orario” e lo salvò.

E’ probabile che nel 2014 le manifestazioni in memoriam dell’imperatore morto duemila anni fa riattizzeranno la contesa intorno al luogo in cui egli spirò. Resta il fatto che il nome della famiglia degli Ottavii si perpetua solo nel nome della nostra città. Anche Augusto dedusse, dopo Silla e prima di Vespasiano, una colonia nell’ Agro nolano: i reperti archeologici e le fotografie aeree rivelano la complessità della divisione del territorio in lotti da assegnare ai coloni, e dimostrano che la strada Nola- Ottaviano – Torre è tra le più antiche della Campania. Gli Ottavii possedevano tra Capua, Napoli e Nola un vasto patrimonio immobiliare, che Augusto incrementò, e amministrò grazie a una funzionale organizzazione: conosciamo anche i nomi di alcuni dei liberti che governavano palazzi e masserie.

Nel 1928 il consiglio comunale di Ottajano avviò la procedura per chiedere che si modificasse in “Ottaviano” il nome della città. Nel dicembre dello stesso anno la commissione straordinaria per l’ amministrazione della Provincia di Napoli diede parere favorevole. Nel maggio del 1933 il podestà, avv. Pasquale Mazza, presentò la “domanda” a Benito Mussolini, che era non solo Capo del Governo, ma anche ” ministro per gli affari dell’ Interno”. Mussolini, da sempre convinto che i Napoletani potevano correggere i guasti morali prodotti dallo “spagnolismo” solo attraverso il culto dei valori della romanità, accolse con favore la richiesta, e il re, adeguandosi immediatamente alla volontà del Duce, il 19 ottobre emise, da San Rossore, il decreto che autorizzava il Comune di Ottajano a modificare in Ottaviano la propria denominazione ( si allega copia del testo).

Scrisse il Della Corte che in età romana non c’erano in Ottajano edifici importanti come quelli di cui si erano trovati i resti in terra di Somma. Mi limito a osservare che il Vesuvio ha devastato più volte il territorio ottajanese e che lo sviluppo urbano di Ottaviano è stato, nel tempo, più complesso che quello di Somma. Penso che qualche dubbio avrebbe corroso le solide certezze dell’archeologo, se egli avesse avuto la possibilità di esaminare la collezione di monete custodita nella Casa Comunale – se ne persero le tracce durante l’eruzione del 1906 -, e, soprattutto, il tesoro archeologico dei Medici, che andò disperso: per ultima scomparve , dai giardini del Palazzo, la statua togata, di cui don Luigi Saviano pubblicò la fotografia: la stessa che correda questo articolo. Sopravvivono, nei giardini, una lastra di marmo con epigrafe, corrosa dal tempo e dall’incuria, e un mozzicone di colonna di epoca incerta. Capitelli, mosaici e sigilli trovati nel territorio ottavianese e custoditi qua e là, la posizione e la struttura della città e la corretta interpretazione dei più antichi documenti d’archivio ci inducono a credere che in età romana Octavianum non fosse solo un immenso vigneto, ma avesse già la forma definita di un centro abitato importante.

Bisogna anche dire – l’ho già detto e non mi stancherò di ripeterlo – che i Sommesi amarono e amano la loro terra e la loro storia con una intelligenza e una intensità che gli Ottavianesi hanno eguagliato, nel loro amore per Ottaviano, solo fino alla metà del Novecento: poi i vincoli dell’ “amor loci” si spezzarono, tutti, e in poco tempo. Da qualche anno un gruppo di giovani entusiasti – l’entusiasmo rende perenne la giovinezza – sta tentando di riannodare i fili: i fili della conoscenza della storia di Ottaviano, antica e recente, i fili dell’ amore e dell’orgoglio. Ne parleremo prossimamente con il dott. Barbato.
Sono certo che nell’anno di Augusto Ottaviano saprà essere degna della storia del proprio nome.

 TESTO DECRETO VITTORIO EMANUELE III

 LA CITTA’ INVOLONTARIA

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