L’allarme del vicecoordinatore di Forza Italia Librandi: la Campania perde 17mila abitanti l’anno, soprattutto under 35. E nel vesuviano la fuga è ormai un fenomeno strutturale.
È un paradosso che suona come una condanna. La Campania è la regione più giovane d’Italia, con un’età media di 44,5 anni contro i 46,9 della media nazionale. Eppure, nel 2025, ha perso circa 17mila residenti per trasferimento verso altre regioni: il saldo migratorio interno più negativo di tutta Italia. Non se ne vanno gli anziani. Se ne vanno i ragazzi. Quelli che dovrebbero essere il futuro.
A lanciare l’allarme è Gianfranco Librandi, vicecoordinatore regionale di Forza Italia, che in un recente intervento ha messo nero su bianco una verità sempre più difficile da ignorare: «La Campania non sta semplicemente invecchiando. Sta esportando una parte del proprio futuro».
I numeri fotografano una realtà in rapido peggioramento. L’età media della Campania era di 43,9 anni nel 2022, è salita a 44,2 nel 2023 e a 44,5 nel 2024. Nello stesso anno i residenti sono diminuiti di oltre 11mila unità e le nascite sono scese a 41.348, nuovo minimo storico regionale. L’indice di vecchiaia, pur restando il più contenuto d’Italia (161 over 65 ogni 100 ragazzi sotto i 15, contro i 208 della media nazionale), rischia di impennarsi proprio a causa dell’esodo dei giovani.
«Quando un giovane lascia Napoli, Caserta, Salerno, Avellino o Benevento per trovare altrove un lavoro adeguato alle proprie competenze — ha scritto Librandi — non perdiamo soltanto un residente. Perdiamo capitale umano, spesso formato per anni anche attraverso risorse pubbliche. Perdiamo reddito, capacità contributiva, consumi, professionalità. E perdiamo una parte della natalità futura, perché quel giovane probabilmente costruirà altrove la propria famiglia».
Il fenomeno non è uniforme sul territorio vesuviano. Caserta e Napoli, con un’età media rispettivamente di 43,6 e 43,7 anni, restano le province più giovani. Ma se si guarda all’area vesuviana — quel cuore pulsante della provincia di Napoli fatto di comuni come Somma Vesuviana, Torre del Greco, Portici, Ercolano, Ottaviano, Boscoreale, San Sebastiano al Vesuvio — la fuga dei ragazzi è un racconto che si ripete ogni giorno nelle famiglie, nelle stazioni, nei bar del centro storico.
Qui il paradosso è ancora più crudele. È una terra giovane per età anagrafica, ma sempre più vuota di prospettive. I giovani del vesuviano crescono tra i binari della Circumvesuviana e i campi coltivati alle falde del vulcano, si diplomano negli istituti tecnici e professionali del territorio, e poi — troppo spesso — prendono la direzione nord. Milano, Torino, Bologna, ma anche l’estero. Non per scelta. Per necessità.
Il lavoro, nel vesuviano, è un’eccezione più che una regola. Il turismo, che dovrebbe essere il motore dell’economia locale, offre per lo più stagionalità e precarietà. L’industria, quella che un tempo dava lavoro a intere generazioni, si è ridotta a una presenza residuale. E l’agricoltura, pur rappresentando un patrimonio identitario enorme, non riesce a trattenere i giovani che non vedono futuro nei campi. Il pendolarismo verso Napoli è massiccio, ma anche lì le opportunità per i neolaureati e i diplomati si fanno sempre più rare.
«Nel 2025 nell’Unione europea risultava occupato l’83 per cento dei giovani tra i 20 e i 34 anni usciti recentemente dai percorsi di istruzione — ricorda Librandi — In Italia appena il 71,8 per cento, il secondo valore più basso dell’Unione dopo la Grecia». Se allarghiamo lo sguardo all’intera popolazione tra i 20 e i 64 anni, il divario resta evidente: il tasso di occupazione è stato del 76,1 per cento nell’Unione e del 67,6 per cento in Italia.
Per Librandi, la questione non può essere affrontata con generiche promesse elettorali. «La sostenibilità del welfare comincia molto prima della pensione — sottolinea — Comincia da un asilo nido, da una scuola che funziona, da un’università capace non soltanto di formare competenze ma di inserirle in un sistema produttivo in grado di valorizzarle. Comincia dalla possibilità per una donna di avere un figlio senza essere costretta a scegliere tra maternità e lavoro. Da un salario che permetta a un trentenne di rendersi autonomo. Da una casa accessibile».
E ancora: «Non bastano generiche ‘politiche per i giovani’. Serve una politica economica che consideri la capacità di trattenere capitale umano come uno degli indicatori attraverso i quali misurare l’efficacia degli investimenti pubblici. Ogni investimento nella formazione, nelle infrastrutture, nella ricerca e nell’innovazione dovrebbe rispondere anche a una domanda molto semplice: quanto lavoro stabile produrrà e quanti giovani consentirà di restare?».
Nel vesuviano, queste parole suonano come un appello diretto. Perché qui la fuga non è solo un dato statistico. È il figlio che va via e non torna più. È la bottega che chiude perché non trova chi la rilevi. È l’asilo che perde iscritti anno dopo anno. È il bar del paese che resta senza clienti under 40.
Librandi prosegue con una frase che risuona come un campanello d’allarme per l’intero territorio campano, e in particolare per quelle aree come il vesuviano che vivono di giovani energie ma le vedono partire ogni giorno: «Una terra non diventa vecchia soltanto quando aumentano gli anziani. Diventa vecchia quando i giovani smettono di credere che valga la pena restare».
Nel 2026, nel cuore della provincia di Napoli, tra i comuni alle falde del Vesuvio, quella frase non è un’immagine retorica. È la realtà di troppe famiglie. E il tempo per invertire la rotta, avverte Librandi, è sempre meno: «La Campania possiede ancora ciò che altrove sta diventando sempre più raro: una popolazione relativamente giovane. Ma il tempo della demografia corre più velocemente di quello della politica. Ciò che oggi rappresenta un vantaggio può trasformarsi, nel giro di pochi anni, nell’ennesima occasione perduta».
La sfida, conclude il vicecoordinatore di Forza Italia, non è soltanto convincere i giovani ad avere più figli. «Prima ancora bisogna consentire loro di immaginare dove crescerli». E nel vesuviano, oggi, quell’immaginazione si chiama altrove.


