Dal 18 Aprile al 20 Luglio 2014, al Pan di Napoli la mostra “Andy Warhol. Vetrine”, che, oltre a presentare alcuni tra i capolavori più famosi, si focalizza sulle immagini che legarono l’artista alla città partenopea.
>“Per me l’eruzione è un’immagine sconvolgente, un avvenimento straordinario: Il Vesuvio per me è molto più grande di un mito: è una cosa terribilmente reale”. E Warhol era uno di quelli che di miti se ne intendeva, tanto da dedicarvi, tra le altre, una serie famosissima, >Myths appunto (1981). Nato Andrew Warhola nel 1928, il genio di Pittsburgh, attraverso una ripetizione quasi compulsiva, decostruiva le immagini del consumismo, proponendo al pubblico gli oggetti simbolo della società americana degli anni sessanta reinterpretati secondo i ritmi vivaci e i colori acetati della grafica pubblicitaria. Come ogni bottiglia di coca cola o come i volti di tanti personaggi famosi – da Marylin Monroe a Che Guevara – Warhol considerava il Vesuvio come qualcosa di iconico, emblema della napoletanità e allo stesso tempo di una forza infinita, potenzialmente drammatica perchè reale.
La serie >Vesuvius, rilettura in chiave pop del vulcano, rappresenta il lascito dell’artista a Napoli: essa incarna gli stimoli e raffigura il legame autentico di Warhol con la città da cui rimase ammaliato e che ebbe modo di conoscere grazie all’amico gallerista Lucio Amelio. L’anima partenopea del guru della pop è il pezzo forte della mostra più attesa della primavera napoletana: curata da Achille Bonito Oliva e organizzata da Spirale di Idee, “Andy Warhol. Vetrine” è l’esposizione che sarà allestita al Pan di Napoli, dal 18 Aprile al 20 Luglio 2014 e che porterà a Palazzo Roccella circa 150 opere dell’artista.
Il focus su Napoli propone frammenti di una realtà abusata e mediatica, fatta di attualità, personaggi, vedute e motivi iconografici emblematici: il più noto e monumentale headline work è Fate presto (foto), semplicemente la prima pagina del Mattino del 23 novembre 1980, che enfatizza in un grido straziante il dramma del terremoto irpino.
Una parte dell’esposizione di Palazzo Roccella prevede un’ampia sezione dedicata alle collaborazioni di Warhol con case discografiche, cantanti e gruppi musicali che lo portarono a firmare o co-produrre capolavori della musica rock – uno su tutti, il primo disco dei Velvet Underground. In mostra anche le famose serigrafie >Campbell’s soup e i >Camouflage, scatole-scultura e t-shirt realizzate dalla “Andy Warhol Foundation for the Visual Arts”.
Sul rapporto e le similitudini underground di Napoli e New York è incentrato uno dei due video inediti presentati in mostra: il primo venne girato nel maggio 1982 da Warhol e Peter Wise durante un viaggio da New York a Cape Code nel Massachusetts, mentre l’altro fu realizzato con Lucio Amelio durante un soggiorno a Napoli. La testimonianza dell’intrinseca affinità delle due metropoli trova riscontro nella dichiarazione rilasciata a “Il Mattino”, il 1 Aprile 1980: “>Amo Napoli perchè mi ricorda New York, specialmente per i tanti travestiti e per i rifiuti per strada. Come New York è una città che cade a pezzi, e nonostante tutto la gente è felice come a New York”.
Provocatorie e sprezzanti, queste affermazioni non sono il riflesso di un’insensibilità egoista, ma la registrazione atipica e dissacrante della profonda passione che, a modo suo, Warhol provava per Napoli dove “c’è il pesce migliore, la migliore pastasciutta ed il vino migliore”. Non un’enumerazione di luoghi comuni, ma la semplice, spiazzante e personale, classifica di alcune delle cose che Warhol amava realmente di Napoli.
(>Fonte foto: Rete internet)


