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Musei e Google Glass, un connubio inevitabile che lascia tuttavia a desiderare

La nuova tecnologia degli occhiali Google si appresta a cambiare per sempre le visite all’interno dei musei italiani ed internazionali. Ma sarà veramente un vantaggio?

Negli ultimi tempi si sta iniziando a parlare sempre più spesso di Google Glass e delle possibili applicazioni di questa rivoluzionaria tecnologia nel campo museale.

Basati sulla cosiddetta Realtà Aumentata, ossia sull’arrichimento della realtà che ci circonda tramite contenuti multimediali, gli occhiali del colosso americano permettono in sostanza di portare dinanzi lo sguardo dell’utente, in tempo reale, ogni animazione, video, immagine, suono sia stato caricato dagli addetti su un qualunque oggetto posto sotto gli occhi di chi li sta indossando. Ciò significa che, attraverso le lenti, possono letteralmente apparire innanzi a noi, in qualunque momento, immagini o animazioni di ogni specie.

Un potenziale che, ovviamente, non è stato sottovalutato dall’industria museale, il cui business è sostanzialmente fondato sull’esperienza dei visitatori. Per questo motivo sono già molti i musei e i siti archeologici che stanno mettendo a punto o considerando seriamente progetti in cui la tecnologia di Google svolge un ruolo fondamentale. Attraverso la Realtà Aumentata, è infatti possibile proporre ogni tipo di visite guidate virtuali, capaci, almeno su carta, persino di cambiare per sempre il concetto stesso di fruizione museale. Un Michelangelo in 3D che spiega gli affeschi della Sistina, per fare un esempio, potrebbe rivelarsi in effetti un’idea innovativa e decisamente molto accattivante, ma soprattutto una cosa mai vista prima.

Di recente si sono perciò moltiplicate le iniziative in questo senso e i Google Glass sono già stati più volte sperimentati in molte occasioni in Italia e all’estero. Ciò che resta ora da capire, tuttavia, è quanto veramente questo nuovo tipo di “esperienza museale”, in grado di fondere gioco e apprendimento, possa realmente cambiare la fruizione dei musei e delle opere d’arte. Perchè se è vero che potrebbe presto delinearsi, grazie alla tecnologia Google, un nuovo tipo di visita personalizzabile, interattiva, educativa e divertente, è pur vero che è del tutto inadeguato, se non anche assurdo, permettere l’utilizzo di questo genere di occhiali in luoghi dove è soprattutto la vista a godere e beneficiare di ciò che circonda l’osservatore.

Come può un’opera trasmettere il suo fascino, scaturire sensazioni individuali, educare alla bellezza se disturbata da altre immagini o da altre informazioni? Ci si domanda, dunque, se non si stia correndo troppo o se, per denaro, i musei non siano addirittura arrivati a voler negare al visitatore il pieno godimento dei capolavori. Ciononostante, la Realtà Aumentata, sia essa mediata da occhiali, tablet o smartphone, si presta a giusta ragione a divenire un mezzo unico e straordinario anche in questo campo. Essendo capace di fornire informazioni in tempo reale e coinvolgere i visitatori in prima persona, può difatti essere un’utile soluzione soprattutto per trattenere il pubblico all’interno del museo e, magari, invogliarlo a tornare, ma bisogna fare attenzione.

In un’epoca in cui l’uomo sta diventando un tutt’uno con la tecnologia, immergere il turista in un mondo a metà strada tra il reale e l’irreale significa pur sempre spingerlo a fare ciò che oggi definiscono “turismo virtuale”, il che lascia a desiderare. Ben vengano allora i giochi, i videoracconti, le visite animate, ma non si dimentichi mai di ricordare al tursita di alzare gli occhi dallo schermo e di contemplare a occhio nudo quelle pietre, quei marmi, quelle tele che esistevano già molti secoli prima del Computer.

(Fonte foto: Rete Internet)

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