Sono secoli che la medicina popolare riconosce i poteri, veri o presunti dell’ortica. Nell’antica Roma gli effetti afrodisiaci di quest’erba furono una solida certezza.
L’ortica è la più vesuviana delle erbe, e non solo perché è l’erba più diffusa. Punge “lasciando dolore senza ferita“, proprio come la malizia che germoglia frequente nelle terre al di qua del vulcano, e che si esprime non nella parola, ma nello sguardo, nel sorriso ironico, in un certo modo di manovrare di gomito, di tuculià, di tuzzulià, sollecitando in silenzio l’amico a dare un’occhiata a qualcuno che passa, e che merita d’essere guardato, e commentato. Dunque, l’ortica fa male “senza ferita“: e perciò Cesare Ripa ne fece, nella seconda metà del ‘500, l’icona della maldicenza, che ferisce non il corpo, ma l’onore e il buon nome.
Le ultime abbuffate di insalate di erbe spontanee, e anche di ortica, i vesuviani se le fecero durante la seconda guerra mondiale, nei mesi di nera fame dopo la primavera del ’43: ma da almeno due secoli la medicina popolare aveva completato il capitolo sui poteri, veri o presunti, di questa erba insidiosa, e aveva definito il ruolo che essa può svolgere in cucina. Nei secoli della povertà cronica i medici dovettero confrontarsi con molti tipi di intossicazione alimentare: i poveri erano esposti alla minaccia costante dei cibi avariati, del vino adulterato, delle erbe pericolose. Per esempio, la zizzania produceva effetti simili a quelli dell’ubriachezza: e questi effetti venivano combattuti anche con l’efficace azione diuretica degli infusi di ortica.
I contadini ne mangiavano le cime lessate e condite in insalata, non solo per placare la fame, ma anche per sciogliere i calcoli alla vescica, mentre perfino i medici più cauti ritenevano che l’erba fosse efficace per bloccare la diarrea cronica e, nei casi di paralisi, per produrre revulsione, cioè l’aumento di afflusso di sangue ai tessuti superficiali. La medicina popolare consigliava impacchi di ortica per bloccare l’epistassi e per rafforzare i capillari del naso, e con infusi dell’erba si combattevano la tosse e l’acne giovanile. Spinta dagli interessi dell’editoria e della televisione, dalla moda e dallo spirito del tempo, la cucina dei nostri giorni ha tirato nel gioco delle sue manipolazioni, spesso assurde, anche le erbe selvatiche. Qualcuno propone di preparare fagottini di melanzane con le margherite, di insaporire con la camomilla i bocconcini di pollo, e, perfino, di condire gli gnocchi con l’ortica.
E mi pare che sia un accostamento per contrasto: è possibile che gli gnocchi, metafora dell’ uomo stupido, del chiochiaro, traggano un po’ di sapidità dalla malizia dell’erba. Tra le vecchie che custodivano i segreti delle erbe vesuviane le esperte delle virtù dell’ortica costituivano una consorteria autonoma, un clan impermeabile, che fu il bersaglio dei grandi medici dell’ Ottocento. Le janare raccontavano alle contadine che gli impacchi di ortica, fatti in un certo modo, erano potenti antifecondativi e che le mammelle, massaggiate con succhi di ortica, diventavano grosse, anche se l’opera maligna della natura e della fame le aveva fatte trotule, e cioè mosce, flaccide, pendule, e nel pendere, ballerine: come una trottola.
Nel 1862 e nel 1868 la Commissione sanitaria provinciale sollecitò i sanitari del territorio vesuviano, soprattutto le levatrici, a spiegare alle contadine e anche a qualche ragazza della borghesia che le due pratiche erano assai pericolose. Ma la battaglia è stata lunga: la scienza ha incontrato tenaci resistenze ancora nella prima metà del ‘900. Del resto, erano stati gli Osci a stabilire una relazione tra l’ortica e gli dei dell’eros, e i Romani condivisero e consolidarono il mito, che divenne uno dei baluardi della sapienza popolare. I poteri afrodisiaci dell’ortica furono, a Roma, una solida certezza per i plebei e i patrizi, per Catullo, Orazio, Petronio e Giovenale, e, ovviamente, per Plinio il Vecchio: il quale suggeriva di sfregare con l’ortica i genitali del cavallo che rifiutasse di accoppiarsi.
Encolpio, protagonista del Satyricon di Petronio, è vittima di una maledizione che gli spegne la virilità. La vecchia Proselenos lo affida alla sapienza e alle arti di Enotea, sacerdotessa di Priapo, il demone del sesso: “Non ho mai visto un uomo così sfortunato – le dice -, al posto del membro virile ha un’anguilla marinata, una striscia di cuoio all’ammollo, lorum in aqua.“. Omettiamo la descrizione della parte volgare dell’intervento di Enotea: diciamo solo che ella, dopo averne spalmato i genitali con succhi di nasturzio e di abrotano, flagella l’infelice dall’ombelico in giù con un fascio di ortiche verdi, e con mano lenta.
É probabile che le virtù afrodisiache siano state attribuite all’erba per analogia con la forza penetrante dei suoi succhi. La logica dell’antitesi, del contrasto e del rovesciamento spiega perché, almeno fino alla prima guerra mondiale, le “scapigliate“ che partecipavano alle processioni penitenziali per confessare pubblicamente i loro peccati – soprattutto i peccati di un certo tipo – e per chiedere perdono, si flagellavano il petto e il ventre con fasci di ortica.
Le fattucchiere si spalmavano sulla faccia i succhi di ortica e di cerfoglio: la pelle si induriva e si corrugava, e le fitte e coriacee rughe facevano, sulle ingenue contadine, l’effetto di una misteriosa minaccia: erano l’immagine della vecchiezza che non ha paura del tempo, lo impiglia e lo frena nella rete delle sue rappe.
(Quadro: Vincenzo Gemito, ritratto della madre)


