Il 26 maggio a Bologna si terrà un referendum consultivo sul finanziamento comunale alle scuole paritarie private, grazie alla raccolta di tredicimila firme di cittadini e cittadine che hanno chiesto di potersi esprimere su questo tema.
“Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po’ molli col seno sul piano padano ed il culo sui colli, Bologna arrogante e papale, Bologna la rossa e fetale, Bologna la grassa e l’ umana già un poco Romagna e in odor di Toscana…”.
Cosi il grande poeta-cantautore Francesco Guccini ci parla della città emiliana. Bologna da sempre è stata anche un modello di scuola pubblica efficiente, soprattutto per quel che riguarda la scuola dell’infanzia e primaria. Ma oggigiorno nulla è più certo e anche le eccellenze si perdono nel marasma della crisi. Una crisi non più economica ma di valori. Un lento, inesorabile scivolamento culturale che sta “imbarbarendo” la nostra società. Una realtà disvaloriale che abbraccia il nostro Paese. Ci appiattisce quotidianamente e ci fa dimenticare delle grandi virtù, delle battaglie di civiltà, delle attese di cittadinanza. Un Paese che rincorre i propri sacrosanti diritti è un Paese che si sta smarrendo. Il cuore delle mamme di Bologna, nel bene e nel male, è un tamburo che batte il ritmo per ognuno di noi.
Si è aperta una disputa dirimente tra la scuola pubblica da un lato e la scuola privata paritaria dall’altra. Una querelle che va oltre il significato stricto sensu della competizione tra i due modelli erogatori di istruzione e formazione. Le mamme hanno chiesto alle autorità cittadine se fosse giusto, eticamente giusto, destinare fondi pubblici alle scuole paritarie integrate o se invece ogni singolo euro della comunità dovesse essere destinato alla costruzione di nuovi edifici e quindi di nuovi posti per i bambini della città. Una attorcigliata questione che va a scomodare l’articolo 33 della nostra Costituzione “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.
La protesta delle mamme in Comune, l’anno scorso 846 famiglie hanno avuto negato il diritto di iscrizione all’asilo comunale, ha colpito l’opinione pubblica italiana. Da quella protesta è nato un referendum consultivo che si svolgerà il 26 maggio, dopo che il comitato organizzatore aveva avviato una raccolta di firme e una campagna di sensibilizzazione verso la questione. Tra i firmatari della proposta referendaria figurano Stefano Rodotà, Maurizio Landini, Margherita Huck, Andrea Camilleri e tante altre personalità della politica, della cultura e della scuola. È evidentemente un segnale forte che va ben oltre i confini della città felsinea. Il comune di Bologna destina annualmente un milione di euro alle scuole paritarie. I cittadini chiedono di destinare quei fondi alla scuola statale.
È il primo tangibile grido d’allarme che viene lanciato negli ultimi anni a difesa di una Istituzione pubblica. La scuola statale che guarda alle diversità come un valore aggiunto, una scuola che crea il libero cittadino e contribuisca all’annullamento delle diseguaglianze sociali. Una scuola pubblica “arcobaleno” e non “bianca”, “rossa” o “nera”, ma laica e moderna. Un tentativo di invertire la rotta che vede la scuola statale una cenerentola istituzionale, un carrozzone pachidermico da dismettere. Me è anche, e soprattutto, una questione ideologica, fatte salve le garanzie istituzionali verso i soggetti privati, essa rappresenta una scelta di campo verso un modello di scuola che in primis deve essere pubblica, perché la scuola di tutti è una garanzia di libertà e democrazia. Ma c’è anche un’altra lezione in tutta questa storia.
La voglia delle comunità locali di poter esprimere la propria opinione, di far sentire la propria voce. I cittadini devono poter pronunciare il proprio diniego o il proprio assenso di fronte a scelte che hanno la puzza di essere calate dall’alto. È cosi per le comunità interessate alla TAV o per gli abitanti dello Stretto di Messina. Cosi sarà, almeno questa volta, per i cittadini di Bologna.
(Fonte foto: Rete Internet)

