Lo stato che assiste “dalla culla alla tomba” è un lontano ricordo. Dagli anni Ottanta il Welfare State ha subito un processo di ridimensionamento i cui esiti oggi – di fronte alla gravità della crisi economica – sono imprevedibili.
Dalla fine della Seconda guerra mondiale fino agli anni Novanta, nella maggior parte dei Paesi occidentali è stato dominante il modello del Welfare State, con il cittadino assistito dalla “culla alla tomba”. L’intensità e la qualità dell’assistenza cambiano da caso a caso, ma il livello di prestazioni offerte è stato generalmente alto; niente a che vedere con le disastrate casse dei Paesi africani, asiatici o latinoamericani, nei quali (ancora oggi) non esistono fondi a sufficienza per finanziare sussidi, istruzione, sanità.
Queste divergenze hanno legato nell’immaginario l’idea di Welfare alle grandi democrazie liberali occidentali, con punte di eccellenza come i Paesi scandinavi oppure il Canada.
Alcune letture critiche del Welfare hanno anche sottolineato come, in questi Paesi, lo Stato sociale avesse il ruolo di garantire a tutta la popolazione un livello minimo di sopravvivenza per allontanare il pericolo di opposizioni radicali al sistema capitalista e creare consenso intorno all’ordine stabilito.
Una storia completa del Welfare sarebbe lunga e complessa da tracciare. Tra i primi interventi organici nel settore si possono ricordare il New Deal di Roosevelt negli Stati Uniti e una serie di misure per l’istruzione, per la sanità e contro la povertà prese dal governo britannico dopo la Seconda guerra mondiale. Da quelle prima iniziative i sistemi di assistenza sono cambiati molto e sono nate diverse tipologie di Welfare, frutto di condizioni economiche e culturali non omogenee.
Nei Paesi di cultura liberale (gli Stati Uniti, ad esempio) le forme di assistenza si basano su criteri di scelta molto selettivi, poco “universalistici”; in altre realtà “corporativistiche” (Germania, Italia, Francia) lo Stato interviene insieme ad altri attori sociali e culturali che hanno un ruolo fondamentale nelle pratiche assistenziali (come la famiglia); nei Paesi tradizionalmente socialdemocratici (Svezia, Danimarca, Belgio) l’obiettivo dello Stato è quello di offrire a tutta la popolazione servizi pubblici di alta qualità e, per fare questo, la spesa pubblica viene quasi completamente destinata al Welfare.
Il dato comune resta la crisi di questo sistema negli ultimi quindici anni, con il ridimensionamento del ruolo dello Stato nelle pratiche di assistenza.
La difficile sostenibilità economica del Welfare è solo una delle cause del cambiamento, che coinvolge anche motivazioni sociali e politiche. La diseguale distribuzione geografica dei servizi e i diversi livelli di qualità hanno minato alla base, in alcune realtà, la fiducia verso le istituzioni statati. Le critiche allo Stato sociale sono così piovute da tutte le parti. Negli anni Ottanta politici e gruppi di interesse conservatori vedevano l’eccessivo – e spesso infruttuoso – coinvolgimento dello Stato nelle questioni sociali come uno spreco di denaro pubblico e un modo per deresponsabilizzare la popolazione. In piena ondata neoliberale riprendeva vigore l’idea che il mercato, lasciato libero di operare, fosse l’unico strumento per garantire il benessere alla quota più ampia di popolazione.
Non sono mancate anche le critiche da sinistra, portate avanti da chi sosteneva un eccessivo sbilanciamento nella fornitura dei servizi a favore delle classi medie rispetto a quella dei lavoratori. In ogni caso, non è casuale che proprio gli anni Ottanta abbiano rappresentato un momento di rottura decisivo nello sviluppo dello Stato sociale in molti Paesi occidentali.
La crisi del Welfare ha cause complesse. In molti casi (come in Italia) è una crisi di risorse, ossia un’impossibilità cronica di contenere la crescita delle spese accompagnate da tagli che spesso colpiscono proprio i servizi pubblici. In altri si arriva ad una vera e propria crisi sistemica: per sua stessa natura (dimensioni e diversità delle funzioni) il Welfare State non può espandersi e/o conservare un livello accettabile oltre una certa soglia. Lo “Stato del benessere” sarebbe, in ogni caso, destinato al ridimensionamento.
Lo Stato ha ancora un ruolo fondamentale nella gestione di alcuni servizi nella maggior parte dei Paesi occidentali. A cambiare sono state soprattutto le regole di funzionamento dello Stato sociale. L’epoca degli aiuti a pioggia per tutti – troppo pesanti per i bilanci e qualitativamente scadenti – sembra finita, essendo subentrati nuovi modelli di gestione che subordinano i servizi ad alcuni criteri e parametri da rispettare. Questo è avvenuto ad esempio per i sussidi ai disoccupati, che in molti Paesi sono ormai vincolati alla necessità di frequentare corsi di formazione e/o testimoniare la ricerca attiva di un lavoro.
In questo contesto lo Stato sta gradualmente limitando i campi di intervento e si affida a partner privati oppure al settore no profit. Il confine tra intervento dello Stato e privatizzazione dei servizi è flessibile e ancora in definizione, ma c’è da augurarsi che – dovunque si fermi la linea – lo Stato continui a svolgere un ruolo di arbitro imparziale.
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