L’autorevolezza, l’arma più importante dei guappi, si esprimeva soprattutto nei gesti e nella “camminatura”. Teofilo Sperino e il “sindaco del rione Sanità”.
I camorristi traevano grande parte della loro forza dal fatto di appartenere a un’associazione criminale; i guappi, invece, erano i liberi professionisti della cultura della violenza. I camorristi dei gradi più bassi venivano dalla plebe, mentre i guappi erano, di solito, sensali e negozianti. Il padre del più famoso di essi, Teofilo Sperino, era proprietario di una fabbrica di guanti nel quartiere Porto. In una società che il dominio spagnolo e la polizia borbonica, diventata poi, in grande parte, “italiana“, avevano abituato ad aver paura dello Stato non meno che dei criminali, i guappi esercitavano una violenza “ammantecata “, e cioè coperta dai panni di una giustizia tempestiva e sempre ben disposta a tutelare gli interessi degli umili.
I guappi imponevano i matrimoni riparatori, risolvevano le liti, garantivano, nei mercati, i diritti dei venditori e quelli dei compratori, calmieravano i prezzi degli alimenti: erano, insomma, notai e giudici di pace. In questo clima fu facile per poeti e giornalisti, Ferdinando Russo, Libero Bovio, Ernesto Serao, e perfino per qualche delegato di polizia, costruire il mito del “guappo buono“. Un mito di lunga durata: qualche anno fa la sindachessa di Napoli concluse l’elogio funebre di un noto cantante dichiarando che era stato “un guappo buono”. L’autorevolezza distingueva i guappi dagli altri violenti: le loro armi erano un certo modo di guardare – con lo sguardo rassicuravano, con lo sguardo disprezzavano e minacciavano – e la “posa“ risoluta che era già una sfida. Parlavano poco, ma erano abili a mandare messaggi attraverso i “paraustielli“, brevi discorsi infarciti di proverbi e di allusioni.
Nicola Ferraro e Teofilo Sperino furono maestri nell’uso dell’ ambiguità dell’ironia: sapevano che i loro motti e le loro risposte avrebbero fatto il giro della città, dai vicoli ai salotti, e accresciuto la loro fama, molto più di una coltellata ben assestata. Cercavano di non trovarsi costretti a mettere mano al coltello, la “sferra“, e a puntare il bastone animato, ma tutti sapevano che l’avrebbero fatto immediatamente e fino alle estreme conseguenze per punire un “affronto“. I comportamenti della “guapparia“ vennero adottati anche dai camorristi di grado elevato: in questo senso alcuni capi della camorra, Salvatore De Crescenzo, Vincenzo Zingone, Ciccio Cappuccio, furono dei “guappi di sciammeria“, guappi eleganti, e non solo perché indossavano la “sciammeria“, la giacca lunga degli “zerbinotti“, ma per i modi con cui esercitavano il loro ruolo, e nel caso di Cappuccio “ ‘o signorino“, per l’ ostilità dichiarata alle versioni brutali della violenza.
La “posa“ del guappo è tutta nell’ingresso in scena di don Antonio Barracano, il “Sindaco del rione Sanità”: egli incede con la schiena lievemente curvata, saldo sulle gambe, a passi piccoli, e intanto “occhiea“ a destra e a sinistra con uno sguardo che pare assonnato, e invece è vigile. Al dottore Fabio Della Ragione ordina di sedersi con un lieve moto del mento: nella stanza c’è un silenzio assoluto, carico di attesa: il silenzio è lo spazio in cui l’autorevolezza del vecchio guappo si esprime pienamente. É evidente la cura con cui Eduardo aveva studiato i guappi veri. In strada i passi dei guappi si facevano ancora più lenti, e più sospettosi gli sguardi; nei luoghi in cui era necessario che la loro presenza si notasse essi si “quartiavano“, si muovevano ruotando di poco una parte del corpo, nella posizione di “quarta“ che è una figura della scherma.
Quando morì Ciccio Cappuccio, “il principe d’’e guappe ammartenate“, Ferdinando Russo lo paragonò al paladino Orlando: “..nquartato, ggiovane / pareva iusto Urlando / quann’’o verive scennere / mmiezo San Ferdinando.” I guappi camminavano sempre al centro della strada, e i loro movimenti erano agili anche quando risalivano i “pendini“ della città. Quando si fermavano, appoggiavano tutto il corpo su un’anca, pronti a muoversi di scatto in qualsiasi direzione: era la figura di “parata“, una posizione dello spadaccino splendidamente disegnata nella gouache di Filippo Palizzi.
Tra i guappi veri c’era anche qualche fanfarone, che Enrico Cossovich descrisse nei toni e nei colori dei “bravi“ del teatro comico spagnolo. Il guappo della domenica calza una coppola di panno con gallone d’oro, indossa calzoni a tromba, si taglia i capelli a “mazzo de pesiello“: cortissimi da dietro fino alla metà del cranio, e da qui alla fronte arricciati in folti ciuffi. Il suo “quartiarsi “ è esagerato, come quello di Totò in “Totò le Mokò“, o come il “torcersi“ spettacoloso di Enzo Turco nei panni del guappo Carluccio, l’Uomo di ferro del “Turco napoletano“. I gesti (ngestre) del guappo della domenica “denotano sempre qualche grandiosa operazione, o almeno vi accennano“, il suo lessico e il suo modo di parlare, che i napoletani chiamano ammartenatezza o attempatezza, sono una caricatura.
Quando egli minaccia di “bastonare alcuno, apre entrambe le palme e agitandole stranamente e quasi ponendole di conserva sul volto dell’avversario in un moto espressivo gli grida: Mo’ t’apparo ‘a faccia. “.
Nel 1892 Luigi Forgione e Giuseppe Bellomunno, impresari di pompe funebri, chiesero la protezione di Teofilo Sperino contro la camorra degli ospedali e dei cimiteri. Il guappo pretese una quota della società, che gli fu concessa. Ma subito si comportò come se fosse l’unico padrone della ditta, la cui sede si trovava in via Concezione a Montecalvario (V. Paliotti). Andrea, il figlio di Luigi Forgione, non tollerava questa situazione. La sera del 7 marzo 1893 Teofilo Sperino, dopo aver assistito a uno spettacolo nel teatro Partenope in via Foria, si diresse a piedi verso via Nuova Capodimonte, dove abitava. In via Stella gli si avvicinò una carrozza: ne uscì Andrea Forgione, che sparò al guappo. Sperino morì due giorni dopo, all’ospedale dei Pellegrini. Aveva 55 anni. Un giornalista scrisse che con lui era finita la “guapparia“.
L’ultimo dei guappi dell’Ottocento fu ridotto in fin di vita per strada, mentre tornava a casa, a piedi, da solo e disarmato: lo finì, con un colpo di pistola, un giovane che non era né guappo, né camorrista.
(A corredo la gouache di Filippo Palizzi, Il guappo, 1865-66)

