La disoccupazione giovanile ha raggiunto un record storico attestandosi al 42,2%. Quali sono le ricadute sul piano psicologico?
Queste le cifre diffuse dall’ISTAT. L’infelice primato è detenuto dagli under 30 raggiungendo il picco tra i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni. Dati che scoraggiano chi cerca un lavoro e non fanno ben sperare, ma che al contrario incutono timore e preoccupazione riguardo un futuro dai contorni sempre più sfumati. I dati dell’ISTAT si riferiscono alla disoccupazione giovanile, ma è chiaro che tale condizione, soprattutto se è prolungata nel tempo, ha conseguenza negative sul versante psicologico, relazionale e sociale anche per le persone adulte. I risvolti psicologici della perdita del lavoro così come dell’impossibilità di trovarne uno sono molteplici.
Generalmente la prima reazione è quella dell’incredulità: “È impossibile che sia capitato proprio a me!”; poi si passa al pessimismo derivante dai tentavi fallimentari di cercare un impiego; fase che prelude quella successiva, ovvero quella della rassegnazione, connotata dalla perdita di speranza e dalla convinzione che non si riuscirà a trovare mai un occupazione stabile. Ed è a questo punto che possono comparire svariati sintomi: alterazioni del ritmo sonno-veglia, alterazioni dell’appetito, mancanza di autostima, sensazione di fallimento. Il discorso sulla sintomatologia è tuttavia vasto e cambia da una persona a un’altra. Ciò che invece risulta essere comune a tutti è il sentimento di sfiducia e di incertezza rispetto al proprio futuro.
Per comprendere le ragioni che determinano nei giovani il dipanarsi di sentimenti così negativi, occorre analizzare il significato profondo rappresentato dal lavoro. Lavorare, lo dice la parola, vuol dire essere occupato, impegnarsi in un’attività per raggiungere un obiettivo, e aspetto non secondario, vuol dire essere ripagato per quel che si fa. Il lavoro risponde alla logica del do ut des. Ma il problema predominante, al momento, è proprio questo, che a fronte di giovani iper specializzati e non, la domanda da parte del mercato del lavoro è invece sempre più inesistente. Lavorare significa ancora, definire la propria identità, che significhi essere un avvocato, un impiegato, un operaio. Il lavoro è importante perchè, al di la delle specificità del singolo impiego, conferisce all’individuo e ancor di più al giovane, dignità, indipendenza e la possibilità di prospettarsi una vita serena e decorosa; cose che solo una buona occupazione può garantire.
Di fronte a una situazione così tragica che attraversa il nostro Paese, di fronte a un gran numero di giovani a casa senza lavoro o sottopagati, abbiamo dovuto sopportare anche l’appellativo di “bamboccioni”. L’espressione fu utilizzata per la prima volta nel 2007 dal ministro Padoa Schioppa riferendosi alla ben nota e lunga permanenza dei giovani all’interno del nucleo familiare d’origine. Sicuramente a determinare tale situazione entrano in gioco una serie di fattori da non sottovalutare tra i quali il background culturale, le tradizioni, gli usi e i costumi propri di un paese come l’Italia che ha sempre riservato massima attenzione all’istituzione famiglia.
Tuttavia ad alimentare tale fenomeno,negli ultimi anni ha contribuito anche la crisi economica. Ed infatti, di fronte a centinaia di cv inviati, di fronte a decine e decine di coetanei che ci “scavalcano” in graduatoria perchè magari hanno fatto un master più costoso (ma non sempre più formativo) del nostro, di fronte alle non risposte delle aziende che molto spesso non si degnano neanche di darci un feedback sull’appropriatezza o meno del nostro profilo professionale, che altra soluzione c’è per noi giovani, se non sentirci falliti, impotenti, ignorati per non dire invisibili e con la conseguenza di continuare a gravare economicamente sulle spalle dei nostri genitori? E allora si inizia a sottovalutarsi, ad attribuirsi poco valore, a non sentirsi importante, a rimuginare sul passato, su vecchie scelte impulsive, condizionate, irriflessive.
È scontato dire che assumere un atteggiamento del genere serve a ben poco, se non ad acuire un senso di fallimento e di rovina. La soluzione allora non è scoraggiarsi, sentirsi sconfitti ma comprendere che le ragioni del proprio malessere e che il timore di un futuro sempre meno chiaro sono una condizione comune a molti giovani e che la difficoltà di trovare un’occupazione stabile non è dovuta a proprie incapacità o mancanze ma ad una profonda e logorante crisi economica. I dati dell’ISTAT ce lo confermano tristemente. Dunque bisogna continuare ad avere fiducia in sè e nelle proprie capacità. Occorre essere forti, competenti, determinati, dimostrare di essere agguerriti, motivati e soprattutto di aver tanta, ma proprio tanta voglia di lavorare.
(>Fonte foto: Rete internet)
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