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Giustizia e politica, cronaca di un rapporto difficile

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“Mala Iustitia” è l’ultimo lavoro di Pietro Funaro. Il giornalista racconta le vicissitudini giudiziarie di amministratori e noti esponenti politici accusati e poi assolti. Con un lungo capitolo autobiografico che di sicuro farà discutere.

È un libro capace di suscitare reazioni contrapposte, quello recentemente dato alle stampe da Pietro Funaro. Giornalista di lungo corso, già autore di dibattuti libri-inchiesta, Funaro stavolta ha scelto di andare a scavare in una delle ferite più dolorose della vita civile del nostro Paese. “Mala Iustitia”, questo il titolo dell’opera (edizioni Spazio Creativo, 175 pagine, 15 euro, nelle librerie dalla seconda metà di gennaio) tratta infatti del rapporto tra politica e giustizia: tema come è noto spinosissimo, che l’autore decide di affrontare con un misto di analisi giuridica, racconto storico e una buona dose di drammatica narrazione autobiografica.

Il giornalista racconta la sua vicenda personale come una spy story in salsa tutta nostrana, con la partecipazione di carabinieri sotto copertura, magistrati inflessibili, politici disinvolti e sfuggenti malavitosi. A farne le spese – sostiene l’autore – sarebbero ignare «vittime sacrificali» stritolate negli ingranaggi della giustizia e poi riabilitate quando probabilmente è troppo tardi. Oltre alla sua storia, andata in scena tra il ’96 e il ’97 a margine dell’inchiesta sugli appalti per la linea ferroviaria ad alta velocità, Funaro ripercorre le tribolazioni giudiziarie di noti esponenti politici e amministratori come Antonio Gava, Carmelo Conte, Calogero Mannino, Carmine Mensorio e Felice Di Giovanni.

La parte più evocativa di queste pagine è sicuramente quella in cui il giornalista narra in prima persona la sua odissea giudiziaria, che si snoda attraverso il dramma della carcerazione preventiva, con la libertà concessa dopo sette lunghi mesi e la definitiva assoluzione arrivata dopo quattordici anni. Funaro dice di apprezzare il prezioso lavoro dei magistrati, ma non manca di additare quei comportamenti che ritiene poco scrupolosi. Qui la sua penna prova ad annodare una serie di valutazioni personali che probabilmente faranno discutere. D’altronde l’autore non si limita a questo, perché arriva a pubblicare la perizia medica che descrive le pesanti conseguenze da lui subite per la detenzione, non ancora superate del tutto a distanza di tanti anni.

È questo, dunque, il vissuto drammatico da cui scaturiscono queste pagine. Una lettura indubbiamente soggettiva, segnata dal trauma personale, ma corredata da analisi non banali su alcuni aspetti controversi nel rapporto tra politica e giustizia. L’autore, infatti, si addentra in una critica del reato di concorso esterno in associazione mafiosa, evidenziandone la non facile applicazione concreta e il rischio (anche questa, questione scivolosa) che non produca risultati effettivi sul fronte della lotta alla mafia. Funaro discute poi dei metodi di indagine utilizzati nell’inchiesta che lo ha visto coinvolto, con l’utilizzo di agenti provocatori: tutta l’analisi tenta di districare il filo sottile che lega libertà civili e contrasto dell’illegalità. E infine, il libro solleva il tema della responsabilità giuridica dei magistrati, anch’esso molto dibattuto e delicato. Ogni lettore si farà le sue idee, e, c’è da giurarci, su questo “Mala Iustitia” non mancherà il dibattito.

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