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Giovanni Marino, la sua idea di Parco Nazionale del Vesuvio

In questi ultimi giorni, come accennato in un precedente articolo, il movimento Cittadini per il Parco ha presentato il suo candidato alla presidenza dell’Ente Parco, per rompere gli schemi di una carica imposta dall’alto e di prerogativa ministeriale.

È vero che la legge questo prevede, ovvero che sia il Ministro Orlando a decidere, ma sarebbe anche giusto che, una volta tanto, chi ci governa, tenesse conto anche di noi governati e che non facesse finta d’ascoltarci solo in periodo elettorale o quando proprio non può farne a meno. Sta di fatto che il Vesuvio e il suo Parco hanno bisogno di persone concrete e che non scambino l’Ente come un fatto estetico o quale dispensatore di fondi, proprio come potrebbe accadere con l’improvvisa apparizione di circa un milione di euro di avanzo di bilancio e da gestire, si spera, in cose più concrete e necessarie di quelle di un contentino propagandistico ai municipi della comunità del Parco.

Visto che al momento, l’unico candidato ufficiale o che è uscito palesemente allo scoperto, è Giovanni Marino, abbiamo deciso di fargli qualche domanda sulla sua candidatura e la sua idea di Parco Nazionale.

Signor Marino, certo ci vuole un bel coraggio a proporsi per un incarico al tempo stesso tanto scomodo quanto prestigioso. Cosa l’ha spinta a candidarsi alla presidenza del Parco?

“La convinzione di poter fare bene e, nello stesso tempo, il senso di responsabilità come cittadino. Il Parco è una istituzione importante che potrebbe svolgere un ruolo decisivo per migliorare la qualità della vita delle comunità locali.”

Nelle ultime ore si è vociferata la candidatura di nomi eccellenti, come il già Presidente del Parco Amilcare Troiano e l’ex presidente della Comunità del Parco Giuseppe Capasso. Come si sente al cospetto di questi personaggi?

“Tranquillo. Sono convinto che il Parco abbia bisogno di coniugare sviluppo e tutela della natura. Noi diciamo: “Il vincolo è una risorsa” per significare che solo attraverso la tutela e la valorizzazione delle risorse naturalistiche, paesaggistiche, agricole e del patrimonio culturale è possibile promuovere sviluppo, occupazione e qualità della vita. Io mi sento attrezzato per il compito.”

Il suo programma è ricco di buon senso ma è realmente sicuro di poter mettere in pratica tutti i suoi buoni propositi?

“Devono realizzarsi tre pre-condizioni: la prima è che cambi il rapporto tra enti locali e Ente Parco. Il Parco non deve essere più visto dai comuni come una occasionale fonte di finanziamento, come un bancomat per redistribuire, disperdendole, risorse finanziarie che andrebbero invece investite su progetti prioritari e strategici. Il Parco deve diventare la casa comune di tutti gli enti locali che ne fanno parte, il luogo in cui si mettono insieme risorse e competenze e si progetta e programma il futuro. Perchè questo possa accadere, e veniamo alla seconda pre-condizione. È necessario che la struttura tecnica, operativa e amministrativa, del Parco, sia notevolmente rafforzata: mancano profili professionali, strategici per un parco Nazionale. Per fare solo un esempio, nell’ufficio tecnico del Parco non vi sono nè ingegneri, nè architetti mentre nell’organico non vi sono esperti di turismo e marketing territoriale. Solo una struttura tecnica molto forte può svolgere una funzione di raccordo e di supporto ai comuni e di pensatoio. Capisco anche l’obiezione: c’è il blocco delle assunzioni, di cosa parli? Vero! Le strade sono due: o ottenere professionalità per distacco da altri enti pubblici, compresi gli stessi comuni del Parco, oppure assumere con contratti di tipo privato, naturalmente secondo criteri rigorosamente meritocratici.”

E con quali soldi?

“Il Parco ha potenzialità di auto-finanziamento notevoli e del tutto inesplorate. Questo è un Parco che non vende una maglietta, per fare un esempio. Pensi soltanto ai circa 500.000 visitatori che ogni anno visitano il Cratere. Per non parlare dello scandalo della ripartizione dei proventi dei biglietti di ingresso al Gran Cono: su 10 euro di biglietto, al Parco ne vanno solo 2,5 e deve anche pagare il servizio di biglietteria, che è appaltato a ditta esterna. La parte restante del prezzo del biglietto va alle guide vulcanologiche.”

E la terza condizione?

“Questa è più facile da realizzare. Bisogna allargare la governance del Parco. L’ente deve trovare le forme e le modalità per potersi confrontare in modo continuativo e sistematico con le associazioni, i comitati, gli operatori economici, il mondo della scuola e dell’Università. In tutti questi anni abbiamo avuto rapporti “occasionali” con le imprese e rapporti individuali con le associazioni, c’è invece bisogno di creare luoghi di confronto stabili affinchè il decisore tecnico/politico possa acquisire quelle informazioni e conoscenze a cui altrimenti non ha accesso e senza le quali non possono essere prese decisioni adeguate ed efficaci. Come Movimento Cittadini per il Parco abbiamo proposto all’Ente Parco e purtroppo inascoltati, l’istituzione delle Consulte tematiche, peraltro previste dallo statuto dell’ente, addirittura scrivendo anche i regolamenti attuativi. Nulla!”

Il Parco è stato a lungo monco della sua parte politica, vuoi per l’assenza di questa componente nel Consiglio Direttivo, vuoi per una Comunità del Parco spesso latitante. Oggi abbiamo finalmente i quattro membri politici nel CD, come penserebbe di relazionarsi con questa nuova realtà?

“Come dicevo prima, il rapporto tra Ente Parco e comuni deve cambiare. Non più soltanto finanziamenti ai singoli comuni, ma grandi progetti strategici che abbiano una ricaduta su tutta l’area protetta. Bisogna cambiare mentalità.”

Come penserebbe di riallacciare i contatti tra le comunità locali e l’Ente Parco?

“Con le Consulte, appunto, e non solo. Il Parco ha bisogno di trovare legittimazione nella popolazione. Nel medio periodo creando opportunità di lavoro. Nell’immediato rendendo l’area protetta più fruibile dai giovani e dalle famiglie. Mancano aree verdi attrezzate dove poter trascorrere il tempo libero. E poi bisogna che l’ente si impegni di più, molto di più, anche al di là delle proprie competenze istituzionali, per salvaguardare l’area protetta dallo scempio dello sversamento illegale dei rifiuti e per bonificare e mettere in sicurezza le discariche legali, vecchie e nuove, che si trovano in area Parco per ragioni che adesso non stiamo qui a ricordare.”

Una ragione su tutte per la quale il Ministro dovrebbe scegliere proprio lei.

“Sulla valutazione delle competenze, decide il Ministro. Io, posso solo dire che dedicherei all’impresa di rilanciare l’Ente Parco e con esso le comunità locali, tutto me stesso.”

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