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Filippo Palizzi. La pittura napoletana nel secolo dimenticato

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Tra i maggiori pittori della Napoli dell’Ottocento spicca il grande Filippo Palizzi, l’artista che, con il suo “verismo romantico” rinnovò la pittura italiana nel secolo dimenticato dall’arte.

Sarà per la posizione cronologicamente scomoda, a cavallo tra storia moderna e storia contemporanea, ma l’arte dell’Ottocento sembra essere stata dimenticata dagli storici dell’arte. Nei manuali scolastici, infatti, poche pagine bastano a compendiare un secolo ricco di svolte, non solo politiche, ma anche e soprattutto artistiche. Quasi del tutto snobbati dagli studiosi della disciplina, perché considerati troppo moderni o, al contrario, non abbastanza moderni, i capolavori dell’Ottocento sembrano non essere stati all’altezza di evoluti studi specifici.

Solo negli ultimi decenni una riscoperta da parte degli esperti ha portato nuovamente in auge le correnti, le scuole e gli stili di un secolo pressoché dimenticato, in cui l’imperante accademismo non frenò importanti ricerche e avanguardistiche intuizioni. L’Ottocento artistico italiano, d’altronde, trovò proprio a Napoli, negli anni del traumatico passaggio da capitale di stato a periferia politica ed economica del Regno d’Italia, uno dei maggiori centri artistici del Paese. Si pensi alle scuole di Posillipo e Resina o alla figura di Giuseppe De Nittis, studente all’Accademia napoletana di Belle Arti, che nella Parigi della seconda metà del XIX secolo fu attivo sostenitore ed egli stesso esponente del neonato Impressionismo.

Nel panorama artistico partenopeo del secondo Ottocento, tuttavia, ampio spazio ebbero anche figure isolate, come quelle dei fratelli Palizzi, tra i quali emerge il grande Filippo. La sua opera, incentrata sull’assidua ricerca di verismo, può essere considerata appieno come il canto del cigno di un filone, il Naturalismo, che con l’avvento della fotografia cedette gradualmente il passo a nuovi generi e a nuove Avanguardie.

Filippo Palizzi, abruzzese di nascita, si formò a Napoli a contatto con le scuole paesaggistiche partenopee e, nel corso della sua vita, fu sempre attratto da soggetti naturalistici, in particolare dagli animali, motivo per cui è spesso ricordato proprio come “il pittore degli animali”. La sua “pittura dal vero” è tuttavia meno realistica di quanto possa apparentemente sembrare. Il suo verismo è difatti un verismo enfatizzato, poetico, sentimentale, molto simile a quello maturato parallelamente dal fratello Giuseppe, che trascorse gran parte della sua esistenza in Francia.

Un naturalismo che è inoltre filtrato, a differenza di quello dello stesso fratello, dall’obiettivo fotografico. Esperto di fotografia, Filippo Palizzi fu infatti tra i primi pittori a intuire prematuramente i vantaggi dell’applicazione artistica di questo innovativo mezzo facendo largo uso di fotografie. Da esse il Palizzi traeva i suoi soggetti, scelti tra i più umili o, per fare un parallelo con Verga, tra i vinti. Con più calma, nel suo studio, riproduceva poi, sulla tela, l’immagine, caricandola di nuovi elementi e costruendo con attenzione quell’ambiente idilliaco e bucolico che contraddistingue i suoi lavori.

Per questo motivo Palizzi è lontano dagli amici Impressionisti del fratello. Il suo verismo è più vicino alle correnti contemporanee dei Macchiaioli e soprattutto alle scuole paesaggistiche napoletane (lapalissiana l’atmosfera romantica che traspare dai suoi quadri). Si potrebbe dire, anzi, che Filippo Palizzi è l’ideatore e il massimo esponente napoletano di un Verismo romantico, a metà strada tra Giacinto Gigante e Giovanni Fattori, che, trasfigurando la realtà, media l’immagine di una fittizia eppur plausibile “lieta povertà”.

I suoi vinti, i suoi “miserabili”, sono infatti improbabili figure, spensierate e gaie, baciate dal sole, che il realismo pittorico rende comunque credibili. La “Primavera” (foto), ad esempio, è un’opera surreale che, ciononostante, trasuda una felicità autentica. I bambini scherzano e giocano divertiti sul prato, intenti, come putti barocchi, a svariate attività ludiche. Gli animali, perlopiù cuccioli, assecondano le capriole e le corse. È un lieto giorno di primavera, appunto, in cui la Natura, continuamente al centro dell’indagine palizziana, si risveglia armoniosa e festosa. Quanto di quella lirica scena sarà vero non è dato saperlo.

Si può dire che la gioia di vivere degli ultimi, che il Palizzi immortalò sempre nelle sue tele, sia l’unica grande costante di tutta la produzione pittorica del maestro abruzzese. Nei suoi quadri sembra sempre di vedere palesata quell’incomprensibile spensieratezza del Sud che ha alimentato nel tempo il mito del meridionale fannullone e scansafatiche. Pare, anzi, che il Palizzi abbia saputo cogliere nelle sue immagini quello spirito napoletano, quella filosofia popolare che, come sottolineava il grande Eduardo De Filippo, fa di tutti i guai “cos’e niente”.
(Fonte foto: Rete Internet)

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