Fiat, ancora cassa integrazione a Pomigliano

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Si aggiungono altri due giorni di stop alle otto fermate previste nella seconda metà di ottobre. Malumori e preoccupazioni tra i dipendenti della fabbrica più nota in Campania.

Marchionne che rassicura stando in giro per l’Europa: “Tutti i cassintegrati italiani rientreranno al lavoro”. Marchionne che però precisa: “Quando il mercato lo consentirà”. Intanto il focolaio di crisi nell’ormai colosso Fca è sempre più la Fiat di Pomigliano, unico impianto automobilistico monoprodotto nel comparto dello stivale.

Qui tutto dipende dall’andamento della Panda, le cui circa 150mila vetture prodotte all’anno danno a stento la possibilità a soli 2500 dei 4500 addetti di mantenere un’appena sufficiente continuità lavorativa. Continuità che però scricchiola anche per chi di solito in fabbrica ci va . Oltre alle otto giornate di cassa integrazione programmate tra il 16 e il 27 di questo mese ieri la Fiat ne ha infatti aggiunte altre due: giovedì 30 ottobre e lunedì 10 novembre. Le preoccupazioni a questo punto aumentano. Il raffronto col recente passato è impietoso. Anche l’anno scorso, proprio di questi tempi, a Pomigliano c’è stata cassa integrazione. Ma i giorni di fermo delle attività in quell’occasione sono stati solo quattro.

Ora sono già più del doppio. E non si sa quanto possa incidere la speranza Panda Cross, il crossover a trazione integrale della vettura più venduta in Italia e ancora seconda, nella sua categoria, nel continente. Per il momento la Fiat sta facendo una campagna pubblicitaria finalizzata a raccogliere quanti più ordini possibili nella prospettiva di lanciare la produzione del fuoristradino. Produzione che però è slittata più volte. E la Fiom batte i pugni. In un comunicato i metalmeccanici della Cgil stigmatizzano la decisione di mettere in cassa integrazione anche coloro che di cig ne fanno pure troppa. E da troppo tempo. Fiom che insiste pure sulla linea secondo cui soltanto l’aggiunta di una nuova produzione potrà garantire la sopravvivenza di Pomigliano.

Timori che aumentano parallelamente alla rabbia. Nel web e nelle piazze si fa sempre più insistente l’analisi di un governo che pensa solo a togliere i diritti dei lavoratori senza pensare invece di estenderli a tutti e, soprattutto, senza puntare all’aumento dei salari da fame che stanno caratterizzando da decenni il mondo del lavoro precario italiano: crescita zero e libertà di licenziare in un contesto nazionale in cui se perdi il posto non lo ritroverai mai più. Risultato: incertezze e paure che schizzano alle stelle e consumi sempre più in caduta libera.

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