Nella Napoli del tardo Rinascimento Fabrizio Santafede fu tra i più talentuosi e brillanti esponenti del Manierismo partenopeo; la storia lo ricorda come il “Raffaello napoletano”.
È risaputo che il Rinascimento fu un’epoca di grande splendore, soprattutto per l’Italia. Culla della cultura e dell’arte, il nostro Paese diede in quel tempo alla luce geni senza precedenti. In poco più di un secolo si concentrarono infatti le vite di alcuni dei più grandi artisti che la storia abbia mai conosciuto.
Leonardo, Michelangelo, Tiziano e Raffaello posero tutti, ciascuno a suo modo, le basi per lo sviluppo di un’arte nuova e incredibilmente affascinante. Agli altri maestri del tempo non restò che guardare, attoniti e sbigottiti, le sublimi opere di quel pugno di divini artisti che seppero trasformare semplici pietre, pareti, tavole e tele nei più grandi capolavori di tutti i tempi. Così, per reggere confronti e critiche, gli artisti dell’epoca dovettero ispirarsi alla “maniera” dei grandi, ossia agli stili di quei geniali maestri, pur cercando, per quanto possibile, di personalizzare e perfezionare le loro opere.
Vasari coniò per tutti i rivoluzionari stili del tempo la semplice definizione di “maniera moderna”, sintetizzando in un’unica espressione tutte le innovative tecniche e teorie sviluppate dai grandi maestri del Rinascimento. Fu per questo che, decenni dopo, in piena epoca barocca, si iniziò a parlare di “Manierismo”, definendo con tale termine il periodo e lo stile di quei maestri che, allora, furono bollati come artisti minori o meri imitatori. Importanti artisti del Cinquecento finirono dunque per essere bistrattati o semplicemente dimenticati dalla storia.
Solo di recente, la moderna storia dell’arte ha rivalutato quel particolarissimo periodo artistico, dando nuovo credito a quegli artisti che dovettero confrontarsi con le geniali opere di Leonardo, Michelangelo, Raffaello e Tiziano. Si è cercato così, a giusta ragione, di riabilitare vari maestri, come il Pontormo, Rosso Fiorentino, il Bronzino, il Parmigianino, per citare solo quelli oggi conosciutissimi, che, sfidando le rivoluzionarie maniere dei grandi del tempo, diedero vita a capolavori altrettanto sbalorditivi.
A Napoli, in particolare, il Manierismo è incarnato dall’ingombrante figura di Fabrizio Santafede, considerato il più grande artista partenopeo del secondo Cinquecento. Non a caso, per la sua abilità artistica, fu conosciuto anche come il “Raffaello napoletano”, il che ci indica la sua natura manierista, sebbene il Santafede, per i suoi avanzati studi pittorici, è oggi considerato da molti storici un pittore già pienamente barocco, a dimostrazione del suo geniale talento artistico.
Allievo di Marco dal Pino, artista senese che si era formato a sua volta presso il manierista Domenico Beccafumi, Fabrizio Santafede abbracciò prestissimo quello stile tosco-romano nato sulla scia di Michelangelo e Raffaello. Proprio alle opere di quest’ultimo il Santafede guardò con entusiasmo ed ammirazione, anche se non possiamo considerare il pittore napoletano un semplice seguace di Raffaello.
Il suo “raffaellismo” non è, infatti, così acuto come quello di altri pittori coevi; piuttosto si può dire che il Santafede osservò soprattutto un certo tipo di opere dell’Urbinate, perlopiù tarde, e fu, come altri artisti del tempo, fautore di un nuovo stile, più “scuro”, molto vicino a certi pittori veneti, come il Tintoretto, che quasi parallelamente anticiparono, in parte, l’innovativa tecnica che il Caravaggio mise poi a punto nelle sue opere.
D’altronde il Merisi stesso, nei sui studi pittorici, partì proprio da quei modelli lombardo-veneti e dalle ultime opere del Raffaello per ideare quel chiaroscuro, quel gioco di luci ed ombre, che fece del pittore lombardo uno dei geni più rinomati dell’arte italiana. Anche per questo molti studiosi accostano il Santafede al Caravaggio. L’artista napoletano, in molte delle sue opere, seppe difatti ideare una pittura tonale a metà strada tra il colorismo veneto e la pittura di Raffaello, avvicinandosi molto, nello stile, oltre che nel linguaggio, controriformista, alle opere del Merisi.
Anche solo per questo il Santafede merita di essere annoverato tra i maggiori artisti del tardo Cinquecento e sicuramente può essere considerato, come accadde, il maggior pittore che in quel tempo lavorava in Italia meridionale. Probabilmente, lo stesso Caravaggio si sentì, a Napoli, vicino a Fabrizio Santafede che, prima di lui, si era incamminato sulla medesima strada, pur non riuscendo a creare quello stile che, con lo studio anche delle opere di Michelangelo, il Merisi, per primo, seppe perfezionare in modo geniale.
Una prova, seppur tenue, del legame tra i due artisti ci è data dalla Madonna col Bambino e i santi Benedetto, Mauro e Placido (vedi foto), una delle opere più conosciute del Santafede, firmata e datata 1593. Il drappo verde, retto dalla colonna sulla destra, che copre il paesaggio sullo sfondo, fu infatti, evidentemente, d’ispirazione per il drappo, anch’esso retto da una colonna, che, similmente, nasconde lo sfondo nella celebre Madonna del Rosario, opera realizzata dal Caravaggio, intorno al 1607, proprio a Napoli, circa dieci anni dopo l’esecuzione della tavola del Santafede.
Non potendo supporre solo una mera coincidenza, si può affermare che a Napoli il Caravaggio non smise di studiare. Probabilmente attratto dallo stile di un maestro del calibro di Fabrizio Santafede, il Merisi guardò con interesse alle opere di un artista egregio che aveva tentato, come lui, di creare una “maniera moderna”, come avrebbe detto Vasari, in cui il colore lombardo-veneto si sarebbe finalmente fuso con il disegno tosco-romano. In ciò il pur geniale Santafede riuscì solo in parte; toccò al Caravaggio giungere infine alla meta. È certo, in ogni caso, che il pittore lombardo trovò a Napoli campo fertile per le sue ricerche e nel “Raffaello napoletano” un grande maestro, come lui, già rivolto all’ormai imminente Barocco.
(Fonte foto: Rete Internet)





