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Ascesa e crollo della cooperazione Mediterranea

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La cooperazione mediterranea è una storia lunga quarant’anni, tra alti e (molti) bassi, che oggi sembra aver raggiunto un punto morto.

E’ dagli anni Settanta che si fa un gran parlare di cooperazione internazionale nell’area mediterranea. Il dialogo tra i vari Paesi del bacino ha attraversato varie fasi, intensificandosi con gli anni ma anche registrando dei sostanziali fallimenti in quanto a risultati pratici, in campo politico ed economico.

I primi contatti, negli anni Settanta, riguardarono soprattutto le politiche ambientali e la tutela dell’ecosistema mediterraneo. Il Piano d’azione del Mediterraneo fu uno dei primi strumenti giuridici a tutela dell’ambiente mediterraneo, in particolare nel campo della lotta all’inquinamento. La sua importanza è storica, in quanto per la prima volta i Paesi mediterranei riuscirono a sedersi intorno ad un unico tavolo per affrontare problemi comuni. Questa fase, inserita nei programmi di tutela ambientale dell’ONU, è durata fino agli anni Novanta, con risultati altalenanti.
Dagli anni Novanta e con il riferimento politico-giuridico della Conferenza di Rio sullo sviluppo sostenibile (1992), la cooperazione si è spostata anche sui temi della crescita economica e della coesione sociale.

Questo decennio ha visto un proliferare di strumenti per la cooperazione. Nel 1993 il Piano d’azione del Mediterraneo venne esteso anche al settore economico; nel 1994 fu adottata l’Agenda Med 21 che fissava i punti chiave per lo sviluppo sostenibile nell’area. Infine, nel 1996, si teneva a Barcellona la Conferenza sul Mediterraneo, un incontro destinato a dettare tempi e modi della cooperazione euro-mediterranea per gli anni a venire. Al di là del contenuto dei singoli programmi e dei risultati (modesti), gli anni Novanta segnarono soprattutto il passaggio di consegne dall’ONU all’Unione Europea come protagonista della cooperazione nell’area.

Negli ultimi quindici anni si è cercato in sede europea di mostrare maggiore attenzione alle specificità culturali dei Paesi della riva africana e asiatica. L’aspetto culturale e identitario è sempre stato un nodo critico nelle relazioni euro-mediterranee. Il passato coloniale e alcuni atteggiamenti percepiti come neocoloniali hanno rallentato la cooperazione e hanno reso necessario un approccio più “soft” e attento ai temi culturali. D’altra parte allo sviluppo sostenibile economico e sociale si è affiancata l’idea di uno sviluppo “umano” che preservi le identità e le caratteristiche dei territori.
Questo in parte spiega le radici dell’insuccesso del Partenariato euro-mediterraneo nato dalla Conferenza di Barcellona.

I Paesi della sponda asiatica e africana mal digerivano le clausole di condizionalità, che vincolavano gli aiuti economici al rispetto di alcuni standard politici, giuridici e culturali. Queste clausole venivano viste come un’intrusione nei sistemi interni e un retaggio dell’epoca coloniale. Le incomprensioni sul piano politico e culturale penalizzarono il Partenariato e ne sancirono, insieme agli interessi economici differenti, l’insuccesso.
Il Mediterraneo si è mostrato un labirinto difficile da decifrare anche nel campo della cooperazione. I sostanziali fallimenti di tutte le iniziative hanno spinto Bruxelles e i Paesi europei a ridurre il budget e la complessità dei programmi destinati alla cooperazione mediterranea, che in questo momento versa in uno strano limbo dal quale nessuno sembra avere interesse a tirarla fuori. Le nuove iniziative (Unione per il Mediterraneo su tutte) hanno una consistenza assai debole.

L’ostacolo principale alla cooperazione mediterranea è la presenza oggi di altre regioni alle quali l’Unione Europea guarda con maggiore attenzione. In particolare, i Balcani e i Paesi ex sovietici sono più interessanti dal punto di vista economico e strategico. La sensazione è che la cooperazione mediterranea abbia perso parecchi treni utili e che nessuno, adesso, abbia interesse a riprovarci.
(fonte foto: rete internet)

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