L’autore dello “scherzo” letterario annuncia uno studio sulle strade vesuviane della pasta. L’importanza della Fiera di San Gennaro Ves.no per l’agricoltura del territorio. Le riflessioni sul rapporto tra il mangiar maccheroni e la percezione del tempo.
“… v’è il maccheroncino,/ riccio di foritana e tagliarello, / cannarono di prete e fidelino, / cappellaccio, spaghetto e vermicello:/ lingua di passera e paternostrino, / di prete orecchio e scorza di nocello/…”(Li maccheroni di Napoli, di A.Viviani, 1824).
Alle 17.00 di domenica 14 settembre, alla Fiera Vesuviana di San Gennaro, Carmine Cimmino parlerà del suo “scherzo letterario”, “La filosofia napoletana dei maccheroni”. Non c’è luogo più adatto.
La Fiera, di cui quest’anno si tiene l’edizione n.401, è stata per più di tre secoli un momento di rilevante importanza per l’agricoltura del Vesuviano e della pianura campana e oggi è una vetrina luminosa per tutte le attività produttive del territorio. Tra l’altro, il prof. Cimmino si appresta a pubblicare uno studio sulle vie vesuviane della pasta, che portavano il grano, una ai mulini di Torre Annunziata, l’altra a quelli della Foce di Sarno. Il libro descriverà la storia sociale della pasta vesuviana: il genio, la pazienza, la fatica quotidiana di mugnai, pastai, vatigali, e dei contadini stessi, – veniva lavorato anche grano prodotto localmente -, e racconterà le aspre battaglie sui prezzi e sulla qualità di maccheroni e spaghetti.
Il professore ha promesso che domenica regalerà un “assaggio” del libro descrivendo il ruolo importante svolto, lungo quelle “strade”, soprattutto nel sec.XVIII, dai trasportatori, dai “vatigali”, di San Gennaro, allora frazione di Palma.
Ma torniamo alla “Filosofia dei maccheroni”, allo “scherzo” che “cala” nella disputa intorno alla cultura di ziti e maltagliati i nomi di Della Porta, di G.B. Vico, di Paolo Monelli, della Ortese, e, ovviamente, di Leopardi che aprì la questione, perché fu il primo a parlare, in termini non proprio entusiastici, dei principi filosofici che i napoletani traevano dalla loro pietanza preferita.
L’autore dello “scherzo” “contamina” – è la caratteristica del suo stile e del suo modo di vedere le cose – discipline diverse, dice che la Napoli che mangia maccheroni è la “Napoli a levare”, e trova i segni di questa Napoli nella grande pittura napoletana: “E’ la pittura senza grazia che ha lasciato segni magnifici negli affreschi pompeiani, e, molti secoli dopo, nelle fisionomie di Gaspare Traversi, nella Vecchia con il braciere, per esempio, che fa pensare non tanto alle teorie fisiognomiche di Della Porta, quanto a Hogarth.
Nei volti senza grazia ritratti da Toma, da Patini, da Migliaro nei suoi momenti lunari, da Gaetano Esposito e da Luigi Crisconio, il brutto non è un episodio sfruttato per far colore o per un omaggio alla retorica dell’anomalia, ma è il segno di una condizione esistenziale che Napoli deve riconoscere come sua.”. La Napoli del levare è anche la città dei poveri cristi maligni, dei poveri cristi infelici, dei poveri di cuore e di spirito. E’ la città terribile, livida, in cui i giovani bruciano subito, e tragicamente, la loro vita, e lo Stato ammette di non avere il controllo di molti e popolosi quartieri, e la gente di questi quartieri colloca sullo stesso piano lo Stato e la camorra.
E’ la città del tempo fermo, il cui simbolo, dice Cimmino, sono lo “scammaro” e la frittata di maccheroni. “Dagli spaghetti in groviglio, alla pasta ausata, e poi allo scammaro, e infine alla frittata di maccheroni. L’essenza della filosofia di cui i maccheroni sono canone e testo sta proprio nell’idea dei napoletani che il tempo va fermato, ora con la vampa dell’immaginazione, ora con l’ipocrisia intellettuale dell’uovo, la cui perfetta pienezza serve a piegare, ammassare, costringere. Non è il tempo di Parmenide, immobile dall’inizio e per sempre.
Per i napoletani il tempo fermo è un obiettivo, è l’Obiettivo: a cui tende, attraverso una sequenza di sussulti e di soste sempre più lunghe, registrate nei secoli dagli osservatori più attenti, tutta la storia della città. Quando il treno arriverà nella stazione dell’Assoluto e qui si fermerà per sempre, allora sarà realizzata l’identità piena e perfetta tra idea e apparenza e tra platea e palcoscenico. E tra comicità e tragedia. E la persona sarà personaggio, e il personaggio persona”.
I Napoletani condannati dalla storia alla ricerca del Tempo Fermo: pare un paradosso, uno “scherzo” letterario, appunto. Ma ogni giorno la cronaca ci costringe a pensare che sia tutto vero, limpidamente vero.
(Foto: Gianni Strino, Nonna Carmela)

