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A Fontenovella di Lauro, la sagra del cibo da strada e da meditazione

C’era “‘o vascuotto ‘nfuso”, che è un esercizio di percezione del tempo interiore, e “‘o cuoppo” con olive e lupini che rappresentano l’eterna sfida tra chi vede il mondo dominato dal caso e chi spera che sia governato dalla logica e dalla provvidenza.

Prima che si sciogliessero nella nebbia della memoria le immagini dell’entusiasmo acceso dalla “festa al Borgo“ del 14 giugno, gli amici dell’ associazione “Fontenova“, Donna Rosa, Domenico uno e due, Gianluca, Antonio, Alessandro, e gli altri, le hanno ravvivate con la sagra “Il cibo da strada“.

La manifestazione si è svolta venerdì, 23 agosto, nella “corte“ che si apre sulla via di Lauro, davanti alla scalea della Chiesa di San Francesco e di Santa Chiara. C’era il cibo dei nonni, e non mancava il cibo dei mercati, quando i mercati si tenevano ancora nel centro dei paesi, e per la quantità degli alimenti esposti sui banchi, e per il clamore dei colori, avevano l’aspetto di un popolare paese di “ bengodi”. Cibi poveri e saporiti: ‘o mellone, ‘a pizza fritta, ‘o vascuotto ‘nfuso, e due tipi di “cuoppo“: uno con olive e lupini, l’altro con frittelle e con alici fritte: che è un “cuoppo“ che appartiene a una tradizione più recente, e alle strade di Napoli e dei luoghi di mare vesuviani.

Nella stagione delle sagre non era facile essere originali. Gli amici dell’associazione “Fontenova“ ci sono riusciti perché hanno saputo trasmettere le emozioni che essi per primi provavano nel riproporre ai sensi e alla immaginazione odori e sapori e ricordi personali e memorie di storie raccontate a loro da altri. Non c’era malinconia, nella festa: perché gli organizzatori sono tutti giovani, e i ricordi dei giovani non hanno ancora il colore del miele, che è il colore della malinconia. C’era però il segno di un dovere morale: prendere posizione, energicamente, contro un’epoca brutale che proprio ai giovani tenta di negare il diritto a scoprire le tradizioni e a diffonderne la conoscenza: perché chi ignora le proprie radici si abitua a non accampare pretese né sul presente, né sul suo stesso futuro.

Quei segni si vedono nel luogo stesso in cui la sagra si è svolta: la “corte“, protetta dal vasto intreccio dei rami di un platano, apre alla strada, al movimento, ai suoi rumori, insomma agli altri, il borgo antico: che sta arroccato in un silenzio severo alle spalle della Chiesa e della Fonte. E’ un luogo dello spazio ed è un luogo del sentimento: la sua bellezza è perfetta, perché i suoi simboli non sono un gioco della mente, ma hanno la sostanza della pietra. In un luogo così tutti gli atti del cucinare diventano metafore dell’esperienza che osserva, analizza e conosce: tagliare, impastare, friggere, bagnare “ ‘o vascuotto“ e calcolare quando si “spogna“ al punto giusto, che è un punto che varia da persona a persona, ma sempre secondo logica. La cultura del cibo è tutta costruita sulla “misura“: condividendo questo principio e i suoi valori chi cucina e chi mangia si riconoscono come parti dello stesso cosmo.

Una delle organizzatrici, Tilde, racconta che “’o cuoppo“ con le olive e con i lupini le ricorda l’adolescenza, il mercato del venerdì, dove, quando non c’era scuola, la conducevano i nonni: “… il bancarellaro, con un rapido gesto, trasformava il foglio di carta oleata in un cono, all’ interno del quale poneva una manciata di olive verdi della qualità prescelta, una manciata di lupini e, su richiesta, del pepe.“. Dallo stesso rivenditore Tilde è andata, con le amiche, a comprare le olive e i lupini per la sagra: ma quando gli ha chiesto se poteva procurare anche la carta per il “cuoppo“, lui è come “ caduto dalle nuvole“: “Ma c’ avit’ a fa’ cu ‘sta carta! Vulite perdere tiempo!..mettitele ‘int’ ‘ a ‘ nu piatto! – Le ragioni dell’ economia, anche quelle di un venditore di olive e lupini – una volta si chiamava “ ‘o lupinaro -”, non conoscono le ragioni del cuore.

Oliva e lupino: una coppia strepitosa, costruita dai lumi della saggezza popolare: l’oliva, nutriente, succosa, di grassa dolcezza, sacra alla dea della sapienza, segno di ricchezza; il lupino, magro, amaro, povero, salutare, e, talvolta, maligno, per l’insidia di un suo velenoso umore: il lupino, simbolo un tempo della volubilità della massa, perché i membri delle assemblee lo usavano come mezzo per esprimere il loro voto. Olive e lupini, disposti in un piatto, sono solo un gustoso stuzzichino; ma presi dal buco del “cuoppo“, dal vortice di carta, in cui stanno mischiati e confusi, uno sull’altro, sono tutta un’altra cosa, procurano un piacere complesso, diventano un cibo da meditazione

Il recupero filologico del “cuoppo“ è stata una raffinatezza culturale. Agli amici do un consiglio: la prossima volta, raccontatele queste cose, con leggerezza e simpatia – sono virtù che possedete in abbondanza -, a festa in corso: la gente vuole sentire e capire. Noi sappiamo, anche confusamente, che la nostra vita trascorre in mezzo a una selva di simboli, e desideriamo che, di tanto in tanto, qualcuno ce ne parli. E’ come quando ascoltiamo la “ musica in piazza “, e aspettiamo che suonino proprio “quel pezzo lì”, il “pezzo“ che è stato il sottofondo della nostra giovinezza.
(Foto: ‘O pizzaiuolo, da un disegno di Filippo Palizzi)

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