Alle porte del nuovo periodo di programmazione delle politiche europee di coesione nuove iniziative comunitarie e nazionali cercano di risolvere i problemi di spesa delle regioni italiane.
Con il 2013 finisce anche il periodo di programmazione delle politiche europee di coesione 2007-2103. Il quarto blocco della storia delle politiche europee a sostegno dello sviluppo era il più ambizioso per mole di finanziamenti e obiettivi di crescita, ma ha vissuto anche il momento più turbolento della storia dell’integrazione europea e questo ha ingigantito opinioni negative e polemiche.
Una valutazione completa sui risultati della politica di coesione nel periodo 2007-2013 sarà possibile solo tra qualche anno. Sprechi e ritardi nella spesa ci sono stati e i numeri sono lì a confermarlo; tuttavia in alcuni Paesi europei, soprattutto dell’Est, si è operato bene e non si può negare che dietro gli alti tassi di crescita della Polonia o dei Paesi baltici (tra i migliori del continente) ci siano anche i soldi arrivati da Bruxelles. Quanto questa crescita sarà stabile non è possibile prevederlo, ma intanto nelle infrastrutture fisiche, nel turismo e nella riconversione economica gli investimenti sono stati rilevanti.
Se la crescita di alcuni Paesi dell’Europa orientale è stata notevole, non si può dire altrettanto per la “storica” periferia meridionale dell’UE. Gli ultimi anni sono stati durissimi per Grecia, Spagna, Portogallo e Italia (ma anche Belgio, Francia, Irlanda) e nel calderone dei colpevoli della crisi c’è finita anche l’Unione con le sue politiche. La sensazione è che, anche in questo periodo e a prescindere dalla faziosità di alcuni antieuropeisti, le politiche comunitarie in questi Paesi abbiano fallito.
Il vero dramma per le regioni italiane è l’incapacità di spendere i finanziamenti comunitari. Sembra un paradosso ma non lo è. Ad oggi tutte hanno speso una parte minima dei soldi europei. Se le percentuali intorno al 40-50% sono ormai la norma e vengono considerate addirittura positive (Puglia, Basilicata, Lazio, Piemonte), in Sicilia e Calabria il problema è grottesco, con solo il 27 e il 23% di spesa a pochi mesi dalla fine del periodo di programmazione. Le quote di cofinanziamento non impiegate sono fondi persi, in quanto – tranne alcune deroghe eccezionali – si tratta di soldi che tornano a Bruxelles.
I motivi per i quali il problema della mancata spesa dei soldi europei in Italia è così forte sono vari. È prima di tutto un problema amministrativo, con Ministeri, Regioni ed Enti locali che impiegano tempi biblici per redigere bandi, decidere sui progetti, iniziare i lavori. Ed è anche una questione strutturale: in Italia c’è la tendenza a frammentare i finanziamenti in numerosi progetti di importo minimo, inutili per lo sviluppo locale e difficili da controllare. In parte incide anche la difficoltà delle imprese italiane a trovare liquidità per “accompagnare” la quota europea, che in quanto cofinanziamento richiede sempre la presenza di una fonte di spesa anche locale. Il risultato è sempre lo stesso, il finanziamento ritorna all’UE e i progetti non vengono avviati/conclusi.
La Commissione europea ha già dettato le linee guida per il periodo di programmazione 2014-2020, mettendo in campo misure ancora più stringenti per evitare gli sprechi, i ritardi e la dispersione dei finanziamenti.
Una prima “rivoluzione” avverrà sugli obiettivi delle politiche, determinati con precisione sempre maggiore. Il diktat è concentrare le risorse ed evitare la frammentazione. I fondi verranno destinati soprattutto all’innovazione, alla ricerca, all’ambiente e alle infrastrutture strategiche, con progetti preferibilmente di grande importo.
Bruxelles prevede di agire anche sui governi locali, portandoli a riformare le modalità di amministrazione e gestione verso una maggiore efficacia; in quest’ottica sono previste procedure di valutazione e un meccanismo di premi/incentivi ancora più stringenti, in modo da valorizzare gli attori locali virtuosi e penalizzare chi fallisce gli obiettivi. Per il prossimo periodo di programmazione l’Unione sembra puntare forte sull’aspetto gestionale/amministrativo: semplificazione, efficacia, responsabilità . Un monito soprattutto agli enti locali dei Paesi membri meridionali, uniti da sprechi e inefficienze.
Si cercherà di intervenire anche sulla cronica difficoltà delle piccole e medie imprese ad arrivare ai fondi europei, altro problema rilevante per un Paese come l’Italia dove le PMI rappresentano la quasi totalità del sistema produttivo (il 95% delle imprese italiane ha meno di 10 addetti). Questo avverrà attraverso nuovi strumenti finanziari a disposizione delle PMI per agevolarne l’accesso ai finanziamenti.
In attesa di capire le nuove indicazioni, in Italia il Consiglio dei Ministri ha appena approvato il decreto che, tra le altre cose, istituisce l’Agenzia per la Coesione Territoriale, incaricata di monitorare le amministrazioni locali sulla spesa dei finanziamenti europei e dare loro assistenza.
Per alcuni è solo un nuovo spreco di risorse pubbliche, per altri l’unico modo per monitorare e razionalizzare una situazione di inefficienza ormai fuori controllo. I prossimi anni risponderanno in merito, ma pare difficile che si possa fare peggio che in passato.
(fonte foto: rete internet)






