Marco De Gregorio ebbe, come uomo e come pittore, un solo ideale, “la verità”: sempre, a ogni costo. E per questo il suo omaggio a Somma è ancora più significativo.
Fatta l’unità d’Italia, gli scrittori e i pittori che avevano combattuto, qualcuno solo con le chiacchiere, per i valori del Risorgimento, si divisero in due gruppi.
La maggioranza si buttò, direbbe Totò, a destra, con i nuovi potenti, che erano in grande parte gli stessi potenti di prima dell’Unità; altri, vedendo che l’Italia dei Savoia rinnegava ideali, programmi e promesse, e che “l’umile plebe“ restava, perfino più di prima, “umile“ e “plebe“, decisero di continuare la loro battaglia raccontando l’Italia offesa e tradita da chi si era venduto l’anima, la penna e i pennelli. I “macchiaioli“, la “scuola di Resina“, Teofilo Patini, Emilio Longoni, Angelo Morbelli, Francesco Lojacono affidarono la loro denuncia e la loro protesta a quadri che sono dei capolavori: ma il Potere – della politica, delle accademie, dei premi, dei mercanti – condannò molti di quegli artisti all’ “oscurità“, alla sconfitta, alla miseria.
Non vinsero né concorsi né “pensionati“: che, scrisse Adriano Cecioni, erano in mano ad una “camorra“ e a Domenico Morelli. Morelli veniva descritto dai nemici, e a, bassa voce, anche da qualche amico come un Papa dell’ Arte, a cui era concesso dal Potere il potere di santificare e scomunicare, e anche di assolvere. Marco De Gregorio, che era di Resina, forse già nel 1855, o forse nel 1861, dopo aver smesso la camicia rossa di garibaldino, aprì uno studio alla Favorita di Portici. Si unirono a lui Federico Rossano e, nel 1863, Giuseppe De Nittis e Adriano Cecioni. Nacque la “Scuola di Resina“, che anni dopo Domenico Morelli chiamò “la Repubblica di Resina“, con maligna allusione alle simpatie politiche di Marco De Gregorio e alla sua manifesta attenzione per i circoli anarchici: e amici tra gli anarchici aveva, allora, anche De Nittis.
I quattro fondatori della Scuola – scrisse Diego Martelli, ideologo e patrono dei “macchiaioli“ – sono dei “ radicali in arte, non riconoscono alcuna autorità“ e hanno interesse solo per la verità, e non “per la moda“, né per “il danaro“. De Gregorio morì nel 1876. Francesco Netti, che si era buttato a destra, ma un poco se ne vergognava, commemorò l’amico riconoscendo che in lui l’uomo e il pittore coincidevano, nel segno di un’ “onestà rigida e inalterabile, di un cuore aperto e ingenuo. Prima di dire una menzogna in pittura si sarebbe lasciato tagliare le mani.”. Tuttavia, “non è stato un bravissimo pittore“ sentenziò il Netti: che era un buon pittore, ma non aveva né l’occhio né la sensibilità necessari per comprendere la grandezza dell’arte del suo amico.
Nell’Ottocento Vincenzo Semmola, Giovanni Guarini, Guglielmo Gasparini e Fedele De Siervo descrissero e elogiarono, da punti di vista diversi, la competenza dei contadini Sommesi. Ma tocca a Ruggero Arcuri, professore di enologia alla Scuola di Portici nell’ultimo ventennio del sec.XIX, e allo storico Candido Greco il merito di aver intuito e dimostrato che per i Sommesi tutti l’amore per la terra e il culto della Montagna costituiscono, da sempre, il principio dell’ identità civica e il fondamento dei valori sociali e del sentimento religioso . L’ultimo suo “ sabato dei fuochi “ mio padre, che ormai si muoveva a fatica, lo visse seduto alla finestra, chiuso in un inviolabile silenzio, a guardare verso il ciglio della Montagna e ad ascoltare, con i sensi e con la memoria, la festa lontana dei botti e dei canti.
De Gregorio ha dipinto senza indulgenza l’abbigliamento del contadino sommese. I panni che egli indossa sono testimonianza, più che di povertà, di una ruvida semplicità: se gli fosse concesso di aggiungere anche uno sola nota di eleganza, che so, un bottone, una sciarpa, un fazzoletto, il contadino rinuncerebbe con sdegno al privilegio. I suoi sono panni approssimativi, nelle pieghe, nei risvolti, nelle attaccature: approssimativa è la fascia grigio- azzurra, fine richiamo al colore delle calze, che gli cinge la vita. La tecnica sintetica del pittore rende con grande efficacia la superficie della stoffa – un pannino di fustagno, un economico vellutino – e il taglio rozzo della giacca e dei pantaloni.
Sono i panni della festa: ce lo fa supporre il panciotto, un arrepiezzo asimmetrico, che pur “sporcato“ dall’ ombra e dalla consunzione della trama, dà nerbo alla tessitura cromatica del quadro, costruita intorno a pochi colori, tra i quali spicca il giallo permanente delle strisce e dei densi tocchi di luce che strutturano lo spazio e la figura e ci dicono che in quei panni della festa il contadino non sta a suo agio. E poi le scarpe: le scarpe sono un brano di grande arte: grande per la “verità“, grande per la tecnica. Non c’è nulla di simile nella pittura italiana dell’ Ottocento: possono stare accanto alla poesia di queste scarpe solo le ciabatte di una delle raccoglitrici di legna che Teofilo Patini ha dipinto in “Bestie da soma“.
Queste scarpe “sguallariate“ raccontano una storia dolente di ferite, di calli e di ossa deformi, ma sono robuste: brutte e forti, come la verità. Alla fine, il cappello, la giacca, i pantaloni, le scarpe, la pelle bruciata dal sole, il muro sono dipinti con i toni diversi di uno stesso colore, che è la terra di Siena, a cui sono stati aggiunti, qua e là, il bruno e l’ocra. Il colore dominante non poteva essere, nella realtà che si fa simbolo, che un colore di terra. De Gregorio non avrebbe mai usato i rosa, i rossi, il grigio di perla che squillano sulle carni e sugli abiti dei finti contadini e dei falsi pastori in quella leziosa pittura che Cecioni condannò come “ nauseante e stomachevole “ e paragonò a una donna “che ha messo il culo alla finestra con la posa del très joli“.
Il contadino di Somma ha il volto scarno e ruvido della fatica: la struttura triangolare della testa, il solco sulla guancia destra, il contrasto netto tra luce e l’ombra accentuano i tratti della magrezza. La bocca è una nera ferita, modula a fatica un sorriso di sorpresa e di disincanto, lo sguardo è vigile, sotto il peso delle palpebre. Ma questo contadino è, infine, una solida figura, è un fiero padrone del suo spazio, che è fatto di pietra, di verde, di cielo. Il suo cappello, costruito con pochi e saldi tocchi di pennello, ha la perfetta semplicità di una corona e le sue mani gonfie stringono la cima del bastone come se fosse l’elsa di una sciabola o uno scettro.
Marco De Gregorio dà al ritratto del contadino il “taglio“ che i pittori riservavano e i fotografi riserveranno a re e a condottieri: è l’iconografia di Murat, codificata da Wicar e da Gérard, è la “posa“ di alcuni ritratti di Garibaldi e di Vittorio Emanuele II. Nessun altro pittore dell’ Ottocento ha osato tanto. Alla base dell’ audacia di De Gregorio c’è l’intenzione di rappresentare una comunità che si riconosce nei valori dell’ agricoltura, che si nobilita nella fierezza con cui affronta, ogni giorno, la pena di vivere, e nella consapevolezza che la sua fatica rende la terra una generosa dispensatrice di vita e di saggezza per tutti: una terra Madre.
(Foto: Marco De Gregorio, Il contadino di Somma, 1873)






