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Anni’80 a Ottaviano il Premio di poesia napoletana “Salvatore Di Giacomo” ideato da Francesco D’Ascoli, i giurati Caravaglios,  Ermanno Corsi, Nicola De Blasi, Lello Lupoli, le dotte discussioni sulla “napoletanità” di parole, metafore, immagini. Il significato metaforico di “cozza” e “vongola”. L’arte di Lupoli trasforma l’aglio in un vivo personaggio.  L’idea di  D’Ascoli e di Lupoli di un dizionario che raccolga le parole capaci di definire e di “rappresentare” con immediatezza sapori, odori, colori di “piatti” e di singoli ingredienti.

 

Ingredienti:1kg di cozze; 800gr di vongole veraci; 200gr di cipolla bianca; 1 spicchio d’aglio; 1kg di pomodori pelati; 1/2 bicchiere d’olio;  1/2 bicchiere di vino bianco; 2 cucchiai di prezzemolo tritato;sale e pepe q.b; fette di pane casereccio; 1 peperoncino tritato (a piacere). Strofinare le cozze con una spazzola sotto l’acqua corrente, e immergere le vongole in una soluzione d’acqua e sale per mezzora. Sciacquare i molluschi e lasciare aprire le loro valve, mettendoli in una pentola su fuoco moderato.
In un ampio tegame versare l’olio e farlo scaldare, quindi aggiungere l’aglio, e non appena sarà imbiondito, toglierlo per far rosolare dolcemente la cipolla. Versare il vino e quando sarà evaporato, unire i pomodori, senza liquido di conserva, e dopo alcuni minuti aggiungere i molluschi privati in gran parte dai loro gusci, salare leggermente, pepare e far restringere il sugo, continuando la cottura fino a quando il sugo non si sarà addensato. Cospargere con prezzemolo tritato e peperoncino. Servire con crostini di pane tostato ( La ricetta è pubblicata da www. frescopesce magazine
).

 

Nei primi anni ’80, per liberare il nome della città di Ottaviano almeno da una parte del corredo di epiteti poco gloriosi che venivano sciorinati quasi ogni giorno dalla TV e dalla stampa, Francesco D’Ascoli suggerì al sindaco avv. Antonio Iervolino di istituire un premio di poesia in lingua napoletana intitolato a Salvatore Di Giacomo. E Premio fu, in molte edizioni: grande fu il numero dei poeti che concorsero alle varie edizioni, e tutti di gran nome i “giudici”: Vittorio Caravaglios, Ermanno Corsi, Aurelio Fierro, che aveva scritto una notevole grammatica della lingua napoletana, Renato De Falco, e nelle ultime edizioni, il prof. Nicola De Blasi, allora giovane assistente universitario, oggi professore ordinario di storia della lingua italiana alla Federico II. In tutte le edizioni fu presente Lello Lupoli, giornalista, poeta, e, diceva D’Ascoli, “genio di Napoli”. Ebbi la fortuna di far parte della giuria in quasi tutte le edizioni: e mi toccò il privilegio di assistere alle dotte discussioni che i giurati, quei giurati, intrecciavano, durante la valutazione delle poesie in concorso, sulle rime, sulla scansione in sillabe delle parole napoletane, sui modelli a cui i concorrenti si erano ispirati, talvolta troppo fedelmente, e soprattutto- erano le dispute più accese – sulla “napoletanità” di parole usate dai poeti e sulla correttezza e sull’origine dei giochi metaforici. E così imparai che l’uso della parola “cozza” per indicare la donna brutta è importato a Napoli dalla Spagna, ed ebbi la conferma di quello che già sapevo, e cioè che “vongola” è anche la bugia, ma la bugia grossa, quella di cui si potrebbe dire “all’anema d’’a palla”: perché le vongole all’esterno sono tutte uguali, ma quando le apri, spesso scopri che sono vuote, senza “frutto”. “Vongole” sono le notizie false. Imparai che anche a Napoli la “vongola” può essere, per affinità di forma, l’organo sessuale femminile “la piccola vongola rosata”, – come scrive Dacia Maraini- e, dunque, per connessione metaforica, la parolaccia licenziosa, volgare: “dalla bocca gli uscirono certe vongole”.

In queste discussioni Lello Lupoli dispiegava la sua straordinaria conoscenza della lingua e della letteratura napoletana, e una raffinata sensibilità per i valori della poesia e dell’arte (ricordo una sua profonda riflessione sui quadri di Crisconio e di Bresciani): mi colpì la sapienza con cui esercitava la sua ironia concentrandone la “punta”, improvvisa e spiazzante, nel passaggio più serio dei suoi discorsi: l’ “aprosdoketon”, l’” inatteso” di Marziale: e degli epigrammi di Marziale Lupoli si rivelò uno studioso appassionato e originale. La giuria si riuniva in una sala dell’Istituto Alberghiero, e fin dalla prima edizione, alla fine dei lavori, i giurati furono ospiti del Preside Vittorio Capotorto in una cena preparata dagli straordinari “chef” che insegnavano la loro arte ai fortunati studenti dell’Istituto. Una sera la cena si aprì con una zuppa di cozze e di vongole: quando tutti i piatti furono vuoti, e mentre, in attesa del primo piatto, cercavamo di assaporare lentamente “la memoria” di quella zuppa, Lello Lupoli si alzò e ci recitò la prima strofa di una sua poesia, “’O suté”, che era stata pubblicata in “ Frijenno Magnanno”, in quella edizione del1977, che Luciano De Crescenzo ornò con una sfavillante prefazione.

”LL’aglio – schiattato- appena ca zuffrèa / cammina dint’’a ll’ uoglio d’’o tiano, / po’ ‘a nu mumento a n’ato sfummechèa, / se fa scuro e s’arraggia chianu chiano”.

“Zuffrèa”: soffriggere richiama il soffrire: l’aglio diventa vivo personaggio, cammina, si fa scuro, “s’arraggia”, intraducibile parola napoletana che vuol dire, contemporaneamente, “si arrabbia”, “si tinge di colori cupi e intensi”, “ha sete di sugo”. Una idea folgorante che diventa compiuta immagine grazie a una geniale sensibilità linguistica. Francesco d’Ascoli e Lello Lupoli dicevano che manca alla lingua italiana e a quella napoletana un dizionario di parole che, attraverso il gioco della metafora e della suggestione fonosimbolica – il ragù di Eduardo che “pippèa” – rappresentino con immediatezza il sapore, l’odore, il colore di ogni “piatto”, di ogni ingrediente. Per esempio, come definireste, con una sola parola, il profumo del basilico? O il sapore di una parmigiana di melanzane?

Perché il “mediano.it” non bandisce, su questo tema, un premio letterario?