CONDIVIDI

L’ assessore alla Cultura Virginia Nappo ha fatto preparare un “video”, destinato agli studenti delle Superiori,  che ha per tema il “viaggio” di Virgilio e di Dante attraverso Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno, “riservato” ai fraudolenti: Dante considerava questi peccatori partecipi della natura di Lucifero. Il poeta, per esprimere il suo disprezzo  per questi malvagi rappresentanti di un “mondo alla rovescia”, si serve  di tutte le gradazioni del “comico” e dell’”invettiva” e apre gli spazi della lingua letteraria italiana al lessico della lingua popolare. Tra i simoniaci il poeta trova papa Niccolo III, e l’incontro gli ispira un solenne discorso d’accusa contro la corruzione della Chiesa. Correda l’articolo l’acquerello di William Blake “ I simoniaci”.

 

Il 25 marzo è il “giorno di Dante”, e poiché  il Sommo Poeta morì 700 anni fa, la celebrazione di quest’anno assume un valore particolare. A nome dell’Amministrazione Comunale l’assessore alla Cultura, la signora Virginia Nappo, ha pensato di ricordare Dante con un “video” destinato agli studenti delle Superiori. Il “video” l’ha costruito Giovanni Sodano, che collabora con il nostro giornale e che padroneggia da Maestro l’arte e le tecniche della comunicazione. E’ stato scelto, come tema del “video”, il “viaggio” di Dante e di Virgilio attraverso l’ottavo cerchio dell’Inferno, “Malebolge”, destinato alla punizione dei fraudolenti: nelle dieci bolge, in cui il cerchio è diviso, sono puniti ruffiani e seduttori; adulatori; simoniaci; indovini e stregoni; barattieri; ipocriti; ladri; consiglieri fraudolenti; scismatici e seminatori di discordia; falsari. San Tommaso, seguendo Aristotele, ritiene che la violenza sia colpa più grave della frode: Dante non condivide questa tesi: al contrario, memore delle leggi di Roma antica, crede che il fraudolento sia il “vizioso” più spregevole e che partecipi della natura di Lucifero, poiché viola consapevolmente la vita, i diritti degli altri e la verità. Anche nell’Inferno i fraudolenti cercano di non farsi riconoscere, e quando non possono evitare di rispondere alle domande di Dante, tentano di dare agli altri la colpa dei misfatti compiuti sulla terra. Dante non ha per loro alcuna pietà : Malebolge è uno “spazio” in cui, scrive Natalino Sapegno, la natura umana viene scarnificata e le anime vanno in putrefazione. Come durante la vita rovesciarono i valori della dignità, della verità e dell’intelligenza, così questi peccatori costituiscono, nell’Inferno, un mondo capovolto. E questo mondo alla rovescia Dante lo descrive in modo geniale, servendosi dell’”invettiva” e di tutti i gradi del “comico”, dall’ironia al sarcasmo, e aprendo gli spazi della lingua italiana “letteraria” a parole e a immagini della cultura popolare. Nel canto XVIII, “dedicato” a ruffiani, seduttori e adulatori – gli adulatori sono immersi nello sterco – Alessio Interminei ha il capo “sì di merda lordo/ che non parea s’era laico o chercho”, cioè chierico, e la “sozza e scapigliata fante / che là si graffia con l’unghie merdose, / e or s’accoscia e ora è in piedi stante”, è Taide “la puttana”. Dante sottolinea, attraverso il gioco delle rime, il valore anche fonetico delle parole prese dalla lingua popolare: incrocicchia /nicchia / picchia – scuffa /muffa /zuffa – Lucca /zucca /stucca. Il disprezzo del poeta colpisce in modo implacabile i peccatori della terza bolgia, i simoniaci, coloro che in vita fecero commercio delle cose sacre e approfittarono del ruolo che occupavano nell’amministrazione della Chiesa per favorire i loro parenti. Il nome “simoniaci” deriva da Simone, un “mago” che chiese a San Pietro – era disposto a pagare qualsiasi prezzo –  il potere di compiere miracoli. Questi dannati sono l’immagine plastica del mondo alla rovescia, perché stanno immersi in pozzetti roventi, con la testa in giù, le gambe all’esterno e le piante dei piedi arse da fiamme guizzanti, un sarcastico riferimento alle lingue di fuoco  dello Spirito Santo che discesero sugli Apostoli. In alcuni Stati questa punizione era riservata agli “assassini”, ai sicari che uccidevano su commissione. E a un “perfido assessin” (canto XIX) è paragonato il papa Niccolò III che, capovolto nel pozzetto, crede che colui che gli ha chiesto di parlare sia il papa Bonifacio VIII, anche lui destinato alla terza bolgia: ma è arrivato molto prima di quanto papa Niccolò III si aspettasse, “di parecchi anni mi mentì lo scritto”: il papa capovolto “grida”, anche perché il nuovo “dannato” si infilerà nel pozzetto e  sospingerà lui verso il fondo. L’errore del papa simoniaco  è un capolavoro del “comico”: Dante trova nell’Inferno un pontefice defunto, e attraverso le sue parole, “sentenzia” che lo stesso destino toccherà al pontefice che, quando lui fa il viaggio nell’oltretomba , è ancora vivo: è una “beffa atroce” (Marco Romanelli). Sollecitato da Virgilio, Dante dice di non essere Bonifacio, e Niccolò, “sospirando e con voce di pianto”, rivela di essere stato un pontefice: “fui figliuol de l’orsa”, un Orsini, feci di tutto “per avanzar gli orsatti”, gli eredi della potente famiglia romana, e in vita misi in borsa molte ricchezze, e qui nell’Inferno me stesso. In fondo a questa “borsa” infernale io precipiterò – aggiunge il papa – quando arriverà Bonifacio, ma lui non rimarrà a lungo con i piedi fuori, perché a sua volta verrà sospinto in giù da un altro papa, Clemente V. In questo canto del “rovesciamento” reale e metaforico, e degli equivoci, il laico Dante giudica degne dell’inferno le colpe di tre papi e pronuncia una solenne condanna contro l’avidità del clero simoniaco. Nell’ Apocalisse Giovanni l’Evangelista aveva profeticamente annunciato l’avvento di una “grande meretrice” che avrebbe trescato con molti re: è molto probabile che Giovanni si riferisse a Roma pagana, ma Dante, seguendo l’interpretazione di Gioacchino da Fiore e dei Francescani rigorosi, ritiene che la “grande meretrice” sia la Chiesa corrotta e che la corruzione sia stata avviata dalla così detta “donazione di Costantino” su cui venne costruito il potere temporale della Curia romana. L’invettiva di Dante (vv. 90-117) va letta con grande attenzione, non solo perché fornisce una fondamentale chiave di interpretazione dell’intero poema, ma anche per la mirabile coerenza tra il lessico “alto”, il ritmo degli endecasillabi e le immagini potenti dell’accusa. “E mentr’io li cantava cotai note / o ira o coscienza che il mordesse, / forte spingava con ambo le piote”: papa Niccolò scalciava con entrambi i piedi, o perché vinto dall’ira o per il rimorso. Dunque Dante non esclude che un dannato all’Inferno possa ancora avvertire i morsi della coscienza e configurarsi come un personaggio “drammatico”? Ritorneremo su questa complessa questione.