Tra i protagonisti delle nostre storie dalle città invisibili non poteva mancare una coppia dall’alto lignaggio, che vive tra le pagine di un romanzo che sfida il tempo: I Promessi sposi. Si tratta di don Ferrante e di donna Prassede. I due, stando a villeggiare in una dimora signorile nello stesso paesetto dove si è rifugiata Lucia, vengono a sapere, dai chiacchiericci della povera gente, il gran caso della giovane liberata dall’Innominato.
A conoscere donna Prassede, mentre, vecchia com’è, si aggira per i consueti controlli nelle solenni stanze del suo palazzo milanese, diremmo che la quiete intorno le fa nascere il bisogno di parlare, di conoscere i fatti altrui, di sapere. Allo stesso modo don Ferrante vive per un altro sapere quello della cultura libresca. Sui suoi scaffali si acconciano i libri antichi, quelli che nessuno avrebbe mai letto e che hanno il privilegio di essere sfogliati da un tal uomo dabbene. Di quei volumoni seicenteschi apprezza l’odore di muffa. Si risveglia a ogni piccolo rumore, quasi un suono, che emettono quando le lunghe dita rattrappite ne accarezzano i frontespizi decorati. Emettono una specie di sospiro, un lamento d’amore che vale tutta la vita e tutti i segreti del mondo. Non c’è chi leggendo la storia di Renzo e di Lucia non rimanga affascinato da questi due personaggi. Essi hanno guadagnato grande spazio nelle nostre memorie scolastiche, avviando quel tempo bellissimo in cui si comincia ad amare la parola scritta.
Donna Prassede manda subito un bracciere a prelevare le due donne. Non sta nella pelle di far del bene, di provvedere alla giovane, di consigliare, di sapere cos’ha mai combinato con uno scampaforca come quel Renzo. Sicura delle sue convinzioni, nemmeno si accorge di essere eccessiva e che non sempre il bene immaginato possa esserlo davvero. Quel troppo voler aiutare, condito da un’umiltà da gran signora, cela in fondo una grande solitudine e il desiderio di sentirsi approvata.
Il marito ristà nella sua biblioteca, lontano dai rimbrotti di sua moglie che lo considera uno schivafatiche, argomentando sulla vita e i suoi mille accadimenti. La sua cultura più che aprirlo al mondo ne chiude ogni spiraglio. Quando donna Prassede gli chiede di scrivere una lettera al cardinal Federigo egli, nel porgergli la minuta, le raccomanda di rispettare l’ortografia, “una delle poche cose su cui lui avesse il comando in casa”, scrive Manzoni.
Così si conducono Prassede e Ferrante: lei vuol correggere il mondo e lui vuole spiegarlo. Lei è convinta di sapere che cosa sia bene per gli altri; lui è convinto di sapere come funzionino le cose. Muoiono entrambi di peste. Il letterato rifiuta ogni precauzione, dissertando sugli influssi celesti da cui dipende il morbo, e si spegne fiero dei suoi sillogismi filosofici. La sua biblioteca sarà dispersa dal tempo.
A donna Prassede don Lisander riserva un trattamento ancora più ironico e spietato: “quando si dice ch’era morta, è detto tutto”.
Vagano ancora, moglie e marito, nella loro casa seicentesca fra la polvere dei trattati e il lucido mogano delle credenze. Ne abbiamo saputo qualcosa solo perché nella nostra città invisibile ci ricordano la compassione che dobbiamo alle nostre fragilità.
