Tanti studenti italiani si trovano all’estero per lavoro o per studiare e tanti genitori in questo difficile momento vivono più che mai l’angoscia della lontananza. D’altra parte le ultime notizie dall’Europa non sono incoraggianti, i contagi si moltiplicano a ritmo vertiginoso e molti voli sono stati cancellati. Il rimpatrio per tanti nostri giovani diventa sempre più difficile, se non impossibile, ma ci inorgogliscono per il loro spiccato senso di responsabilità, sono quelli che non vogliono correre da mamma e papà, quelli che preferiscono restare dove sono per evitare contagi, per non mettere a rischio la famiglia, quelli che sanno affrontare o per lo meno ci provano le situazione difficili. E di giovani studenti sommesi, che conosciamo personalmente e apprezziamo per maturità e responsabilità, ve ne sono davvero tanti. Hanno scelto di restare dove sono, in Europa. Come Simona Coppola. La storia che vi raccontiamo oggi è la sua.
Simona Coppola è di Somma Vesuviana, studentessa al quarto anno di Giurisprudenza alla Federico II. É partita insieme ad un’altra studentessa il 30 gennaio per l’Erasmus in Spagna e avrebbero dovuto finire a giugno. Per il primo mese e mezzo le due studentesse, insieme a tanti altri studenti stranieri, hanno vissuto la nuova esperienza universitaria con spensieratezza e tranquillità, ma, da circa dieci giorni, stanno vivendo anche loro l’incubo del coronavirus.
«Tutti gli studenti italiani sono qui, la maggior parte degli studenti stranieri, invece, hanno preferito andarsene per non restare bloccati qui. Sono a Girona, un città molto tranquilla a circa 100 km da Barcellona. La Spagna viaggia, metaforicamente, con una settimana di ritardo circa rispetto all’emergenza coronavirus. Io e i miei coinquilini da oggi siamo solo al quarto giorno di quarantena e ci hanno detto di chiuderci in casa. Fino a una settimana fa qui era tutto normale, tutto è stato sottovalutato. Addirittura quando noi studenti italiani abbiamo iniziato mettere in guardia gli altri, siamo stati presi in giro. Se noi uscivamo con le mascherine, qualcuno iniziava a tossirci in faccia: l’emergenza è stata sottovalutata in modo davvero assurdo… Ora qui all’ Erasmus ci sono molti studenti italiani, dalla Campania almeno sei, altri arrivano da Toscana, Sicilia, Liguria, Emilia Romagna e da zone che ora in Italia sono «rosse» – racconta Simona.
L’umore non è dei migliori, la situazione è difficile ma Simona, come tanti suoi amici e colleghi, sono giovani e ottimisti.
«Diciamo che qui in generale ce la stiamo vivendo abbastanza bene, in casa siamo cinque, tre italiani e due stranieri e anche loro si stanno rendendo conto della situazione. Il tempo tra di noi passa, abbiamo inventato mille attività: serate karaoke, serate teatrali, giornate di laboratori di cucina, facciamo gli gnocchi, le pizze. Sappiamo come passare il tempo, perché dobbiamo pur passarlo in qualche modo. Il problema più grande è che le Università ci hanno inviato diverse mail in cui ci dicono che c’è la possibilità di rientrare in Italia. Le strade sono due: o provvedere autonomamente a spostarsi e questo significa prendere voli con scali in tante altre capitali europee, poi prendere treni, bus e quindi fare molti cambi e questo non è per niente sicuro; oppure il modo più sicuro, diciamo istituzionale, per il rimpatrio: si tratterebbe di far in modo di essere rimpatriati con volo diretto Madrid – Italia».
Con il placet della Farnesina, naturalmente. Ma c’è un problema. «Il problema è che Madrid è lontanissima da qui, quasi otto ore di auto – spiega Simona – arrivare a Madrid sarebbe già un grande viaggio della speranza per poi giungere non si sa poi dove in Italia. Considerando che la quarantena è la stessa qui come in Italia, anzi forse in Italia è peggio, e forse presto sarà così anche dove siamo ora… noi a questo punto, siccome non abbiamo abbastanza garanzie, preferiamo restare qui e farci questa quarantena forzata in casa uscendo solo ed esclusivamente per fare la spesa. Qui si vedono ancora molte persone in strada e non ci sono chissà quanti controlli come in Italia».
A Girona la situazione critica in verità sembra già rientrata nonostante ci siano stati alcuni positivi al Covid 19. Zero i contagi.
«I supermercati non pullulano di gente e non c’è molta merce, molto cibo. È vero che li ricaricano più volte al giorno ma la gente qui è impazzita e va a fare la spesa addirittura con i trolley – racconta ancora Simona – noi ci siamo organizzati in modo che esca uno solo di noi e compri cibo per tutti un paio di volte alla settimana. Non ci sentiamo molto tutelati perché Girona ha un aeroporto minore, dal quale si potrebbero organizzare voli verso determinate città italiane; per ora non se ne parla assolutamente. La soluzione che continua a circolare è una, il volo Madrid Italia, ma di studenti che vorrebbero rientrare ve ne sono 40 mila…improponibile un volo per tutti. Ci vorrà molto molto tempo. Non ci sono garanzie, non ci sono mezzi, iniziano a diffondersi anche notizie sbagliate e purtroppo so di studenti che stanno provvedendo a tornare in Italia con mezzi propri facendo anche due o tre giorni di viaggio che sia in nave, auto, in bus e mezzi vari. Diciamo che noi qui in casa siamo molto molto tranquilli, stiamo prendendo precauzioni già da un po’ di tempo. Basti pensare che ci siamo messi in auto quarantena quando lo ha fatto l’Italia, abbiamo preso misure precauzionali ancor prima che le prendesse il governo spagnolo. Stiamo qui, stiamo seguendo lezioni online, i docenti ci inviano materiali didattici e mail di supporto, ci confrontiamo a distanza, in chat. Sembra paradossale ma ci preoccupano più i nostri genitori che, sicuramente, sono pieni di angoscia nel saperci lontani in questo momento di emergenza. Sarebbe auspicabile un viaggio protetto, un ritorno a casa con le dovute misure di sicurezza. Altrimenti, restiamo qui».
Non è facile, no. Non è facile per i giovani studenti lontani dai loro affetti, dalla propria terra, dai genitori, dalle loro case. Ma non si può non apprezzare la responsabilità di questi giovani che si sono dati regole ancor prima che fossero loro imposte, che capiscono come tornando in patria potrebbero creare problemi alle loro stesse famiglie, esporsi o esporre i loro cari a pericoli. Sono in terra straniera per apprendere, per imparare, per studiare. Oggi sono loro che potrebbero insegnare qualcosa ai tanti giovani che potrebbero stare comodamente sul divano di casa propria e invece continuano a uscire, a raggrupparsi, a trasgredire alle regole stabilite perché ciascuno di noi possa continuare, un domani ancora incerto, la vita di prima. Per dura che fosse.

