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Il grande pittore napoletano (1615- 1673) fu anche poeta, musico e attore. Le sue Satire gli procurarono problemi seri sia a Roma che a Firenze. “Michelemmà”, che apre la storia della “tarantella” napoletana,  ha un testo di ardua interpretazione.  Noi abbiamo seguito quella di Giovanni Artieri, il quale vedeva riflessa nella canzone la personalità a dir poco bizzarra del pittore.

 

Salvator Rosa rinnovò, nel carattere e anche nell’arte, la storia di Caravaggio. Nel 1635, quando aveva venti anni, ma era già un pittore quotato, se ne andò a Roma. Qui si dedicò alla pittura, ovviamente, ma anche alla musica e alla poesia: le sue satire, in versi e in musica, colpirono quasi tutti gli artisti che si trovavano a Roma, e perciò egli fu anche costretto a battersi in duello: ma per lui, amante della rissa, della vita disordinata e delle bettole questo non era un problema. Scrive Paliotti che il napoletano dell’Arenella aprì un teatrino e qui, con l’aiuto di Nicola Musso, un prete scomunicato, si esibiva come saltimbanco, come attore, cantore e suonatore. E come poeta. Durante il carnevale del 1639 egli interpretò la maschera di Pascariello Formica e scagliò le frecce della sua satira contro un “dio” dell’arte, Lorenzo Bernini. Il giorno dopo, aggredito dai “tifosi” dell’architetto – scultore, fu costretto a fuggire a Firenze. Qui, protetto dal cardinale Giovanni Carlo, fratello di Ferdinando II Medici, dipinse quadri importanti, e tra questi “Alessandro e Digene” e “La selva dei filosofi”, si consacrò come pittore di  battaglie. scrisse un gran numero di satire, fondò l’” Accademia dei Percossi”, che aveva sede in casa sua e i cui “accademici” recitavano satire e “pezzi” teatrali creati al momento. A Firenze Salvator Rosa  incominciò a interessarsi di esoterismo, di magia e di stregoneria e si innamorò di una sua modella, Lucrezia Paolina, che un tribunale ecclesiastico gli consentì di sposare, trenta anni dopo,  in punto di morte. Egli morì a Roma il 15 marzo del 1673. Salvatore Di Giacomo non ebbe mai dubbi: l’autore di “Michelemmà”, la canzone splendida e misteriosa, è Salvator Rosa. Ne era a tal punto convinto che nel 1901, per chiudere definitivamente la polemica con chi non condivideva la sua tesi, Di Giacomo fabbricò una “copiella” falsa della canzone, corredata con una falsa firma del pittore e la pubblicò in un fascicolo da lui curato sulla Piedigrotta. Ma il poeta falsario raccontò il “gioco” a qualcuno che non meritava la sua fiducia, e  così tutti seppero che il documento era una contraffazione.

Il testo della canzone si è prestato a diverse interpretazioni. Noi seguiamo quella proposta da Giovanni Artieri,  anche se un dubbio resta, legato al fatto che  Salvator Rosa, nelle “satire” che di lui ci sono rimaste, non ha mai usato la lingua napoletano. Tuttavia,  un artista che recitava da “maschera” e che inventava all’istante scene comiche la lingua della sua Napoli doveva conoscerla molto  bene.La canzone dice che in mezzo al mare è nata una “scarola”, che quasi certamente è una “iscarola”, una ragazza di Ischia: ma il poeta conserva l’immagine dell’ortaggio, perché scrive che c’è chi la prende per la “cimma”, e chi la prende per lo “streppone”, per il gambo, e dunque per i piedi: “viato a chi la vence/  a sta figliola”, fortunato chi riesce a conquistarla. La ragazza, figlia di un notaio, ha un amuleto, una “stella diana” che ella porta “mpiette” e che le consente di sottrarsi alle insidie dei pirati “turchi”, i barbareschi che conducevano frequenti incursioni nel golfo di Napoli: ella è in grado di far morire “gli amanti a due a due”. Pensano gli studiosi che la “stella diana” sia un amuleto magico. I versi sono continuamente intervallati dall’invocazione “Michelemmà”: dovrebbe essere il nome della ragazza, “Michela”, o una dichiarazione d’amore, “Michelina è mia”. Ma per Giovanni Artieri “quel Michelemmà sta per crasi del doppio nome Michela- Amalia. “Curiosamente – scrive lo studioso-a nessuno è venuto in mente una congettura così semplice”.C’è chi ritiene che la struttura della melodia sia musica del ‘700, piuttosto che del ‘600, e che anche a livello metrico i versi facciano pensare al sec. XVIII,  ma Giovanni Artieri condivise le certezze di Di Giacomo. La canzone è opera di Salvator Rosa.” Nel testo  c’è “ il gusto del criptico, del misterioso, dell’avventuroso, dell’allusivo che scopriamo a ogni momento nella vita” del pittore”.  Salvator Rosa, che Giovanni Battista Passeri ci descrive mentre per le strade di Roma, circondato dalla folla, canta e suona il liuto e la “rebeca”, fu anche capace di scagliare i suoi satirici insulti contro quei musici che, nati servi,  credevano di cancellare le differenze di ceto e di ingegno grazie alla loro arte, alla musica “fregio vil di anime basse / salsa dei lupanari…”.

Si capisce agevolmente quanto sia stata complessa la personalità del pittore e quanto impetuosi i suoi umori.