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A metà del ‘500 Sante Lancerio passa in rassegna i vini della tavola di papa  Paolo III,  inventa gli aggettivi adatti a indicarne le caratteristiche, fa un convinto elogio del “vino greco di Somma”,  è impietoso con il “greco di Torre”. L’uso particolare che Paolo III fa del “greco di Somma”. L’origine del nome “lacrima”:  la tesi di Lancerio e quella di Andrea Bacci (1597).  Il mercato e i primi esportatori di vini vesuviani.

 

La prima dotta relazione sui vini vesuviani la stilò Sante Lancerio, il “bottigliere” di Papa Paolo III nella lettera che egli inviò, nel 1549, al cardinale Guido Ascanio Sforza. Scrive il Lancerio che i mercanti chiamano “latini” tutti i vini, eccetto il “greco, il mangiaguerra, il corso e il razzese”.  Paolo III e il suo “bottigliere” condividono l’opinione generale che il “greco” sia il migliore dei vini, e che il “greco di Somma” non sia superato da nessun altro “greco”.E’ importante saperlo trattare, in modo che da “fumoso e possente” diventi dorato e profumato. Paolo III, anche quando viaggia, ne porta con sé una ricca scorta, poiché con il “greco di Somma” “di 6 o di 8 anni” non solo allieta la sua tavola, ma ogni mattina bagna i suoi occhi e altri parti del corpo, per trasmettere alla vista e ai muscoli l’energia del vino. Di notevole interesse linguistico sono gli aggettivi con i quali il “bottigliere” definisce i vari vini. Il Papa non porta mai in viaggio il “greco di Posillipo”, perché è poco robusto, non sopporta il movimento dei carri, soprattutto quando il caldo è intenso, spesso sa di “agresto e di grasso”, e non è possibile porvi rimedio. Il “greco d’Ischia” talvolta risulta “lapposo”, cioè acre, e per dargli limpidezza e freschezza, bisogna filtrarlo attraverso una “concia di tacchie”, attraverso uno strato di frammenti di gusci di “avellana”, di nocciola. Lancerio è impietoso con il “greco di Torre”: ci sono annate in cui si annerisce, ma anche nelle annate buone è vino per servi e per “fornaciari”.  Scrive Carmine Cimmino nel libro “Il vino del Vesuvio” (2000): “Un tale monsignor Capobianco spesso donava al Pontefice qualche botte di greco di Nola, che però egli non gradiva, trovandolo vario nel colore e matroso, grasso, opilativo e verdesco: proprio come il latino bianco di Torre. È una condanna, senza appello: il greco di Nola era contaminato dalla matre, cioè dalla feccia, lasciava in bocca un sapore denso di zolfo, e allo zolfo facevano pensare i suoi riflessi verdazzurro, e, infine, “oppilava”, ostruiva, tutti i canali anatomici. Insomma, questo Capobianco attentava alla vita del papa, che soffriva di reumatismi. Perciò nelle sere d’estate beveva un delicatissimo vino adatto a donne, a signori e a podagrosi: il Massaquano bianco e rosso, prodotto a Vico e a Sorrento”.

Paolo III combatteva l’artrosi con l’asprino di Aversa, non gradiva il “mangiaguerra”, e ogni tanto beveva “l’aglianico rosso di Somma”, “odorifero e pastoso”, vino adatto ai vecchi. Lancerio spiega anche perché si chiama “lagrima” il vino prodotto in tutti i “casali e luoghi del Somma”: “alla vendemmia colgono l’uva rossa e la mettono nel palmento, ovvero zina, ovvero, alla romana, vasca. E quando è pieno, cavano, innanzi che l’uva sia ben pigiata, il vino che può uscire, e lo imbottano. E questo chiamano lagrima, perché nel vendemmiare, quando l’uva è ben matura, sempre geme.”. Alcuni mercanti disonesti vendevano a Roma un lacrima mistificato, in cui erano stati mescolati vino bianco e vino rosso: questo vino “falso” non aveva nulla a che vedere con il vero “lacrima”, che è “odorifero, mordente, polputo, non del tutto bianco”: un vino di grande pregio e di intenso “fuoco”.Nel “De naturali vinorum historia”, pubblicato a Roma nel 1597, anche Andrea Bacci sostenne che tra i vini campani il primo posto toccava ai vini vesuviani, in particolare, al “greco di Somma”, asciutto, intenso e capace di render lieti i sensi e la mente già con il solo profumo. Bacci aveva un’alta opinione del “mangiaguerra” e spiegava il nome “lacrima” con la tecnica dei vignaioli del Somma- Vesuvio che non pigiavano gli acini, ma lasciavano che da essi scendessero “naturalmente lacrime” di mosto.Nel 1593 il cardinale Enrico Gaetani, “camerlengo” di Papa Clemente VIII aveva comunicato, con manifesti, il prezzo a barile dei vini “forestieri”, portati a Roma, e controllati alla dogana di Ripa Grande: dopo il “raro” Malvasia, il vino più costoso era il “Greco di Somma”: il prezzo di un barile era di quasi 4 scudi. Negli ultimi anni del sec. XVI i più importanti mercanti di vini vesuviani erano Felice Amato e Vincenzo Daniele, clienti del Banco di Sant’Eligio, che possedevano a Napoli 9 magazzini, dei quali uno stava alla strada dei Greci, e un altro a via Santa Maria della Scala. Il loro sensale era Giovanni Andrea de lo Preite, il quale controllava non solo i vini vesuviani,  ma anche quelli di “San Paolo di Nola”, di Sorrento e di Calitri.