Ed eccoci arrivati al nostro fantastico trentacinquesimo appuntamento di “Riavvolgi il futuro”.
La statuaria arcaica trova le sue espressioni simboliche nei kouroi (giovani uomini nudi in piedi) e nelle korai (giovani donne vestite). Il kouros incarna l’ideale greco del kalòs kagathòs, un concetto che unisce la bellezza e la forza fisica del corpo con la nobiltà d’animo e la virtù morale. Queste scultura avevano una duplice funzione: celebrativa, votiva e sepolcrale.
Nelle sue primissime fasi, la scultura greca trae diretta ispirazione dall’arte egizia. Le similitudini si riscontrano nella postura frontale e rigida, nella testa eretta, nei pugni chiusi lungo i fianchi e nella gamba sinistra avanzata. Tuttavia, a differenza dei rilievi e delle statue sepolcrali egizie, i kouroi greci sono completamente nudi per mettere in risalto la struttura anatomica, simbolo di giovinezza, allenamento atletico e rigore morale.
La produzione scultorea arcaica si divide in tre correnti principali legate all’origine geografica e stilistica delle botteghe:
Scultura Dorica (Peloponneso, VII-VI sec. a.C.): Predilige masse possenti, forme squadrate e semplici che comunicano forza e compattezza. Esempio massimo è la coppia di kouroi Kleobi e Bitone (ca. 610-590 a.C.), con anatomia stilizzata, solchi geometrici convenzionali e il tipico “sorriso arcaico”, accorgimento tecnico per dare curvatura alle labbra su un piano facciale piatto.
Scultura Attica (Atene): Cerca maggiore equilibrio tra i volumi e una resa anatomica più armonica. Spicca il Moschophoros (ca. 570-560 a.C.), il giovane portatore di vitello, che rompe la rigidità tradizionale con l’incrocio a X formato dalle zampe dell’animale e dalle braccia dell’uomo.
Scultura Ionica (Asia Minore e isole egee): Predilige un modellato più morbido, slanciato e fluido, concentrandosi sulla resa decorativa delle superfici e dei panneggi. Esempi ne sono il Kouros di Milo, l’Hera di Samo (ca. 570-560 a.C.) — la cui veste richiamava la forma cilindrica di una colonna ionica — e la Kore di Chio, le cui tracce di pigmento confermano che la statuaria arcaica era originariamente policroma.
L’arte ceramica diventa il supporto primario su cui i pittori esprimono la narrazione mitologica ed epica:
Pittura a Figure Nere (VI sec. a.C.): Prevede la pittura delle silhouette dei personaggi con vernice nera lucida sullo sfondo argilloso rosso. I dettagli anatomici e dei vestiti vengono ricavati “graffando” la vernice con uno stilo metallico prima della cottura. Tra i maestri spiccano Kleitias ed Ergotimos (creatori del celebre Vaso François, ca. 570 a.C.) ed Exechias (Anfora con Achille che uccide Pentesilea), celebre per la precisione del tratto e l’intensità drammatica.
Pittura a Figure Rosse (da ca. 530 a.C. ad Atene): Ribalta il procedimento: il fondo del vaso viene dipinto di nero, lasciando il colore naturale dell’argilla per le sagome. I dettagli interni vengono dipinti a pennello con sottilissime linee nere o brune, garantendo una straordinaria libertà espressiva per sfumature, volumi anatomici e scorci prospettici. Tra i pionieri vi sono Euphronios (Cratere con il Sonno e la Morte che sollevano il corpo di Sarpedonte), Euthymides e Sosias (Kylix con Achille che medica Patroclo).
Uno dei problemi principali per gli architetti e scultori greci fu la decorazione dello spazio triangolare del frontone (o timpano), caratterizzato da un’altezza limitata e angoli acuti ai lati:
- Fase Arcaica (Tempio di Artemide a Corfù, ca. 590-580 a.C.): Le figure erano semplicemente ridotte in scala verso gli angoli e posizionate in modo indipendente, prive di coesione organica. La porzione centrale è occupata dalla spaventosa Medusa in “corsa in ginocchio” a scopo apotropaico, affiancata da pantere e scene minori (gigantomachia, uccisione di Priamo).
- Fase di Transizione (Primitivo Tempio di Athena sull’Acropoli, ca. 560-550 a.C.): I corpi non vengono più solo rimpiccioliti ma allungati per adattarsi allo spazio, come la coda di serpente del mostro Tritone lottato da Eracle.
- Maturità Arcaica (Tempio di Athena Aphaia a Egina, ca. 500-480 a.C.): Le figure a tutto tondo si adattano alla pendenza del timpano tramite posture naturalistiche (in piedi, in ginocchio, accovacciate, cadute). Al centro domina la dea Athena, mentre le azioni dei combattenti creano composizioni centrifughe (frontone occidentale) o centripete (frontone orientale).
- Il Culmine Classico (Frontone Occidentale di Olimpia, ca. 460 a.C.): Rappresenta la lotta tra Lapiti e Centauri. Al centro si erge immobile Apollo, incarnazione del logos (ragione e ordine) che si oppone alla hybris (barbarie e irrazionalità) dei Centauri. L’azione è bloccata e la narrazione si concentra sulle implicazioni morali e psicologiche, raggiungendo la perfetta unità drammatica.
Parallelamente ai frontoni, lo spazio quadrato delle metope del fregio dorico presentava difficoltà legate alle dimensioni ridotte e alla posizione elevata:
Primi Esempi (Tempio C ed E di Selinunte): Nelle metope più antiche (Tempio C, ca. 550-530 a.C.) le figure sono disposte in modo rigido e simmetrico. Nel Tempio E (ca. 460-450 a.C.), realizzato con la tecnica dell’acrolito, le figure assumono posture oblique e dinamiche per riempire lo spazio (es. Eracle e l’Amazzone).
Il Vertice Espressivo (Tempio di Zeus a Olimpia, ca. 460 a.C.): Le dodici metope narrano per la prima volta in modo unitario le dodici fatiche di Eracle. Con un numero ridotto di personaggi (solitamente tre) e un sapiente uso delle linee geometriche e diagonali, l’artista crea scene di intensa tensione psicologica e perfetta armonia compositiva (es. Eracle e il Toro di Creta, Athena, Eracle e Atlante).
E come sempre grazie sempre miei favolosi artisti/ artiste, vi attendo come sempre al nostro prossimo appuntamento. 😉
P.S.: Vietato mancare ;^) . A presto!!!!! :^)
