Questi fantasmi…al Museo Archeologico di Napoli

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1978

Nel 2011, nel Museo Archeologico di Napoli, fotografarono il fantasma di una bambina…..

 

La vicenda consentì ad alcuni di ricordare che Napoli era da sempre la città della magia, e ad altri di sparlare dei Napoletani che continuavano a improvvisare scadenti “sceneggiate”. Le riflessioni di Francesco Durante. Anche Ottaviano aveva il suo “munaciello” che appariva, di notte, sul tetto della Chiesa del Rosario. Apre l’articolo l’immagine di Eduardo impegnato in una scena di “Questi fantasmi”.

 

La vicenda ebbe inizio nella primavera del 2011: alcuni operai, impegnati in lavori di ristrutturazione e di sistemazione di parti del Museo Archeologico Nazionale, incominciarono a notare qualche stranezza: attrezzi che scomparivano e poi ricomparivano in luoghi dove nessuno si aspettava di trovarli, secchi che erano stati riempiti di acqua e invece risultavano vuoti, carrucole che si rovesciavano da sole. La storia durò mesi. In estate, infine, sollecitato dai lamenti e dalle proteste degli operai, l’architetto Oreste Albarano, che era stato nominato dal ministro dei Beni culturali come direttore dei lavori, dedicò un’intera mattinata a fotografare con il suo cellulare le sale dove avvenivano le “stranezze” e a trasferire le immagini sul computer: e qui venne fuori la sorpresa. In una delle foto comparve la figura di una bimba (v. immagine in appendice): Albarano, persuaso che fosse la figlia di un operaio, si infuriò, convocò tutti quelli che lavoravano nel cantiere, e a voce alta chiese chi fosse lo sconsiderato che non aveva rispettato la più severa delle sue disposizioni, di non far entrare nessun estraneo, e in particolare nessun ragazzo, nelle sale del Museo. Gli operai giurarono di aver rispettato senza eccezione i suoi ordini. I giornali vennero informati: e qualcuno arrivò a scrivere che l’architetto, vinto dallo smarrimento, si accingeva a convocare una squadra di “ghostbusters”, di “acchiappafantasmi”. Questa notizia venne smentita, con toni severi, da Valeria Sanpaolo, direttrice del Museo, che non credeva ai fantasmi e non provava interesse alcuno per la “Napoli segreta”. Intorno al “fantasma “ del Museo si disposero due schiere. Da una parte c’erano quelli che, non escludendo che si trattasse di un’apparizione magica, sciorinarono tutte le storie dei “misteri” napoletani: il culto di Mitra e quello di Dioniso, la cripta di Virgilio mago, il coccodrillo del Maschio Angioino, il miracolo del sangue di San Gennaro, la bella “’mbriana”, ‘o munaciello, gli assistiti e il gioco del lotto, gli incredibili scritti di G.B. Della Porta, la storia di Raimondo di Sangro, gli influssi terribili del magnetismo del Vesuvio, le “imprese” tra gli ultimi anni dell’ Ottocento e i primi del Novecento di una medium famosa, Eusapia Palladino. Quelli dell’altra schiera parlarono e scrissero di una “sceneggiata di cattivo gusto”, inventata in una città che bisognava rimproverare senza sosta e senza sosta richiamare alla “serietà”. I toni delle invettive divennero sarcastici e gravemente ingiuriosi quando si vide che il “fantasma” era prodotto da un’applicazione sull’ i-phone che, leggo su un giornale, “permette di scegliere anche il tipo di fantasma”. Francesco Durante accettò la vittoria della scienza, ma in un libro pubblicato nell’autunno di quell’anno “magico”, osò scrivere che era stato “soffocato un alito di vita che in modo del tutto insperato era uscito dalla morta gora del Museo e che, se gestito con oculatezza, avrebbe potuto generare altra vita.” Erano anni in cui i Musei attiravano pochi visitatori.

Quando ero ragazzo, anziane signore, ancora capaci di governare case e famiglie con chiarezza e concretezza, raccontavano di aver visto, e non una volta sola, sul tetto della Chiesa del Rosario, ‘o munaciello. Nel el 1837 arrivarono nella chiesa e nel Convento i frati della Congregazione dei Padri Perpetui Adoratori del SS. Sacramento, guidati proprio dal fondatore della Congregazione, Padre Raffaele Fiorillo, il quale morì nel 1852 e venne sepolto dietro l’altare maggiore della chiesa. Che è chiamata “chiesa del Rosario” nel “rescritto” con il quale il Direttore Generale del Ministero dell’Interno comunicava a don Giuseppe Perrotta e al sindaco di Ottajano che Ferdinando II aveva concesso “la implorata grazia di seppellire” Padre Raffaele nella chiesa ottajanese. Padre Fiorillo morì “in odore” di santità, e gli Ottajanesi incominciarono a raccontare – alcuni lo raccontavano da testimoni –  che il fantasma di Don Raffaele “’o munaciello” compariva, di notte, sul campanile della Chiesa e con la sua apparizione talvolta ammoniva gli Ottajanesi a guardarsi da qualche pericolo incombente, e dagli eccessi del loro complicato carattere.