Quando Napoli scende in piazza e il resto d’Italia fa finta di non vedere

Ieri, venerdì 30 ottobre, migliaia di persone hanno attraversato le strade di Napoli. Secondo gli organizzatori dell’Unione Sindacale di Base erano circa ventimila: lavoratori, studenti, famiglie, attivisti. Un corteo partito da piazza Mancini, passato per la Stazione Centrale, arrivato fino al porto e poi a piazza Plebiscito. Tensioni ci sono state, qualche momento di attrito con le forze dell’ordine, immagini di politici bruciate da un gruppo di ragazzi. Ma nessun ferito, nessun scontro vero. Alla fine qualcuno ha addirittura offerto sfogliatelle ai poliziotti.

In Campania la giornata si è sentita. A Benevento un altro corteo, in diverse zone della provincia mobilità ridotta e uffici pubblici a metà. Lo sciopero generale proclamato dai sindacati di base aveva come obiettivo il carovita, i salari che non bastano più, le bollette, e la scelta di investire in riarmo piuttosto che in sanità, scuola e trasporti. Slogan semplici, quasi banali: “blocchiamo tutto”, “basta guerra”, “siamo stanchi di non arrivare a fine mese”.

Quello che colpisce, però, non è tanto ciò che è successo in strada. È ciò che non è successo sui giornali e nei telegiornali nazionali. Mentre a Napoli e in altre città del Sud le piazze si riempivano, i titoli delle principali testate nazionali sembravano riguardare altro. Qualche riga, magari un servizio breve in coda al telegiornale, e poi silenzio. Come se ventimila persone che camminano per ore sotto il sole di fine ottobre fossero un fatto locale, quasi folkloristico, e non un pezzo di un Paese che fatica.

Non è la prima volta. Chi vive al Sud ha imparato a riconoscere questo meccanismo. Quando qualcosa di grande accade qui – una protesta, un disagio sociale, una giornata di mobilitazione – spesso resta confinato nelle cronache regionali. Diventa “notizia di Napoli”, non “notizia d’Italia”. E così, giorno dopo giorno, si crea una distanza: tra chi manifesta e chi non sa nemmeno che si è manifestato, tra chi sente il peso del carovita ogni settimana e chi lo legge solo nei comunicati stampa.

Lo Stato, attraverso le sue istituzioni, ha fatto la sua parte con la precettazione dei trasporti. Una scelta legittima, motivata dalla franchigia di Ognissanti. I treni e i bus hanno circolato. Ma la piazza, quella, non si precetta. Eppure sembra quasi che certe piazze valgano meno di altre. Non perché qualcuno lo dica apertamente, ma perché lo spazio che viene loro concesso è sistematicamente più piccolo.

Io, da napoletano che osserva queste cose da anni, continuo a chiedermi quanto a lungo si possa tenere questo equilibrio. Una parte del Paese scende in strada, parla di salari, di precarietà, di scelte politiche che considera sbagliate. L’altra parte, quella che controlla i microfoni più potenti, fa finta di non sentire. Non è un complotto. È qualcosa di più banale e forse più pericoloso: un’abitudine. L’abitudine a considerare certi territori e certe voci come secondarie.

Ieri a Napoli non è cambiato nulla di strutturale. Ma qualcosa, di nuovo, è stato detto. E, di nuovo, è stato detto soprattutto a chi era già lì ad ascoltare.