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Da otto giorni di fila le centraline di rilevamento della qualità dell’aria gestite dall’Arpac, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Campania, stanno facendo registrare sforamenti continui dei livelli massimi di polveri sottili Pm10, in particolare nella zona orientale della provincia di Napoli, tra Volla, Casalnuovo, Pomigliano, Acerra e San Vitaliano, cioè dove “tradizionalmente” l’inquinamento dell’aria regionale morde di più da tempo immemore. Qui per giorni e giorni, complice la quarantena e le varie chiusure delle attività rimaste ancora in vigore, c’è stata una certa tregua: aria più o meno buona o almeno decente dappertutto. Comunque in qualche caso alcuni sforamenti anche durante il lockdown ci sono stati lo stesso. Mai però con la continuità di quest’ultima settimana. Giorni terribili quelli in corso che hanno fatto schizzare gli sforamenti dall’inizio dell’anno fino a 55 a San Vitaliano, 48 a Volla/Casalnuovo, 46 ad Acerra e 40 a Pomigliano. Tutti comuni ormai da un pezzo oltre la soglia limite dei 35 giorni di sforamento massimo all’anno consentito dall’Istituto Superiore di Sanità. Motivo di questa ultima raffica di superamento dei limiti ? La polvere del Sahara. Sta viaggiando dal nord Africa con venti che soffiano a 100 chilometri orari, ad alcune migliaia di metri di altitudine. Poi ricade al suolo e la frittata è fatta. “Si è la polvere del deserto a far sforare le centraline – conferma Giuseppe Onorati, responsabile della rete di monitoraggio qualità dell’aria dell’Arpac – i dati sull’argomento sono contenuti nei report del Cemec, il nostro centro metereologico e climatologico”. Non c’è però da stare allegri. Il fatto che la polvere del deserto sia un qualcosa di naturale non vuole significare che non faccia male alla salute. Ce lo spiega una serissima ricerca scientifica condotta in Sicilia due anni fa. Arpa Sicilia, l’Osservatorio epidemiologico dell’Assessorato alla salute della Regione siciliana (Dasoe) e il dipartimento di epidemiologia del Sistema sanitario regionale del Lazio hanno condotto lo studio Effetti Sanitari delle Sabbie Sahariane in Sicilia per valutarne gli effetti. Lo studio è  stato mirato ad indagare l’associazione tra il Pm10 specifico per sorgente (totale, desertico e antropogenico) e i differenti esiti sanitari nelle quattro città principali della Sicilia (Palermo, Catania, Siracusa, Messina) e nelle tre macroaree (nord-est, centro-sud, nord-ovest) in cui è stata suddivisa le Regione. Ebbene, dall’analisi dei risultati è emerso che il Pm10 desertico è associato positivamente alla mortalità e alle ospedalizzazioni in Sicilia. In particolare sono stati identificati 962 giorni colpiti da avvezioni sahariane (circa il 30% dei giorni totali: 2.257). Sono state trovate associazioni significative tra il Pm10 desertico e la mortalità naturale sia nelle città sia nelle macroaree, con incrementi di rischio e relativi intervalli di confidenza al 95% pari a 1,1% (IC95% 0,1-2,1) e 1,1 (IC95% 0,8-1,5), rispettivamente, per incrementi di 10 μg/m3 di Pm10 a lag 0-1. Si è riscontrata comunque un’associazione debole per decessi cardiorespiratori. Ma il Pm10 desertico mostra un’associazione con ricoveri per patologie respiratorie, specialmente nelle 3 macroaree (0,5%; IC95% 0,1-1,0), contrariamente ai ricoveri per patologie cardiovascolari, che risultano associati con il Pm10 antropogenico nelle 4 città (1,3%; IC95% 0,4-2,1). Si è stimato che la mortalità relativa al Pm10 desertico durante le stagioni calde (periodo aprile-settembre) risulta più elevata rispetto a quella delle stagioni fredde (periodo ottobre-marzo): 2,7% (IC95% 0,8-4,5) nelle 4 città e 2,5% (IC95% 1,8-3,2) nelle 3 macroaree». Come migliorare la situazione? Bloccare le migrazioni delle sabbie sahariane è naturalmente impossibile. Non resta dunque che agire sui fattori nella nostra disponibilità: in primis ridurre il Pm10 antropogenico e dunque gli effetti complessivi sulla salute. Le politiche dovrebbero mirare a ridurre emissioni antropiche nelle aree che risultano maggiormente colpite da eventi sahariani.