Perché Vincenzo Gemito odiava questo capolavoro di Domenico Morelli…

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La rubrica del prof. Cimmino

 

Perché Vincenzo Gemito odiava questo capolavoro di Domenico Morelli…

 

Anna Cutolo, detta “Nannina” e “Cosarella”, posò per questo quadro (olio su tela, cm.111 x 77) nel 1874: Vincenzo Gemito la sposò otto anni dopo, ma la sua gelosia retroattiva e i disturbi psichici facevano sì che si infuriasse anche solo a sentir nominare i pittori per i quali la moglie aveva posato. La magistrale “impaginazione” del quadro di Morelli. C’è chi crede che Anna Cutolo sia stata anche la Musa di “Era de Maggio” di S. Di Giacomo.

 

Nel 1881 la tisi portò via la prima moglie di Vincenzo Gemito, Matilde Duffaud, “una Bovary esiliata a Napoli, francese dalle palpebre pesanti, dal sudore odoroso”. Così scrive Alberto Savinio, il quale aggiunge che l’artista “alle sue donne, quando erano vive, stava avvinghiato come la vite all’olmo, morte le dimenticava di colpo”. E questo amare appassionatamente solo chi è vivo e presente nulla aveva a che fare con i seri problemi psichici di Gemito, ma era un riflesso della sua “grecità”: perché l’artista era l’ultima, prodigiosa incarnazione di uno spirito dell’antica Grecia: di questo Savinio era assolutamente convinto. L’anno dopo Gemito sposò Anna Cutolo, detta “Cosarella”, la formosa modella che aveva posato per Domenico Morelli, per Paolo Vetri, per Francesco Jerace, e per molti altri. Anna Cutolo, “devota fino alla schiavitù”, prestò ogni cura al marito nei terribili anni in cui egli, vinto dalla pazzia, visse chiuso in una stanza, seduto in un angolo o steso a terra, in un’assenza totale che si manifestava già nello sguardo. Quando si accendevano i momenti di lucidità, Gemito disegnava con la sanguigna e con la matita nera parti del corpo di sua moglie, costretta a restare a lungo immobile, in pose anche stravaganti. Nel 1906 “Cosarella” si spense vinta da un cancro, e Gemito dimenticò rapidamente anche lei. La sua gelosia era stata una vera e propria allucinazione, in cui si mescolavano presente e passato e che gli rendeva insopportabili anche solo i nomi degli artisti per i quali la moglie aveva posato. Possiamo facilmente immaginare quanto fossero intensi gli spasimi che lo scuotevano quando nei suoi occhi tornava l’immagine di questo quadro, “La dama col ventaglio”, che Domenico Morelli aveva dipinto nel 1874, creando una sintesi geniale dei suggerimenti che gli venivano dalla pittura di Fortuny, da Francesco Netti, dagli artisti inglesi e francesi e da quella moda orientaleggiante di cui portava il segno già l’”Odalisca” del 1873. Anna Villani ha sottolineato “il raffinato contrasto tra i bianchi dell’incarnato e delle lenzuola e il fondo scuro, il gioco di ombre sul viso, con la massa color rame dei capelli colpita dalla luce solare vivissima che irrompe nel buio dello spazio angusto, nella materia pittorica pastosa e calda.” Il quadro è certamente un omaggio alla “pittura di luce”, che Fortuny proprio in quegli anni proponeva all’attenzione dei pittori napoletani, ma possiamo dire che la nota distintiva del capolavoro è il realismo “naturalistico” con cui Morelli dipinse il volto e l’espressione della modella, di Anna Cutolo, che egli sottopose, per questo lavoro, a una estenuante serie di sedute. Sta seduta la dama, ma l’intreccio dei veli che si sovrappongono su pieghe nette e lunghe, la linea del ventaglio, le strisce del panno increspato che copre la poltrona, il movimento dei capelli in controluce, e soprattutto due diagonali maliziose – quella del braccio destro e quella dell’orlo del panno che copre parzialmente il petto alla sinistra della dama – mirano a mettere in risalto la struttura “copiosa” del seno di Annarella, un seno famoso presso tutti i pittori napoletani: e il “ritratto” che ne fa Morelli induce a credere che abbia ragione chi scrive che Anna Cutolo “dettò” a Salvatore Di Giacomo anche l’ “attacco” di “Era de maggio”: “ Era de maggio e te cadeano ‘nzino /a schiocche a schiocche li ccerase rosse..”.

Tutti i movimenti vanno verso il lato destra della tela, ma lo sguardo e la mammella scoperta sono volti a sinistra: anche in questo quadro Morelli si rivela un Maestro dell’impaginazione che sapeva trarre profitto dalle “lezioni” di Luca Giordano e di Francesco Solimena. La geniale disposizione delle fonti e dei flussi della luce – si osservi l’efficacia pittorica della linea luminosa che scorre lungo il braccio destro – consentono a Morelli di “lavorare” l’incarnato con una prodigiosa scala di toni di rosso la cui potenza espressiva viene esaltata dal contrasto tra il grigio di perla del panno che copre la modella e gli ocra “ranciati” e il verdeazzurro delle strisce che “si muovono” sulla poltrona, alle spalle della donna. Del resto, Morelli fu uno dei primi a intuire che una nuova invenzione, la fotografia, avrebbe influito anche sulle arti figurative: e su questo punto anche Gemito dovette dargli ragione. A proposito di Gemito e di Di Giacomo. L’editore Achille Minozzi, che possedeva una ricca collezione di opere di Gemito, incaricò Di Giacomo di scrivere un libro sull’artista, perché anche il resto d’Italia prendesse atto della sua grandezza. Il libro venne pubblicato nel 1905 e in una lettera a Raffaele Montuoro Di Giacomo si lamentava: aveva lavorato un anno, per dimostrare “che a Napoli si può stampare bene e dire la verità anche attraverso le esagerazioni”: “sapessi che fatica!  E per fare tutto quanto ho avuto 1200 lire”, solo 1200 lire. Poco, in verità.