«Voglio vedere mia figlia» – ha ripetuto Salvatore Parolisi, la voce rotta dal pianto, nell’aula del tribunale dei minori di Napoli dove ieri si è tenuta l’udienza il cui esito deciderà se la piccola Vittoria, 7 anni, potrà ancora vedere il padre al quale è stata tolta la potestà genitoriale nel 2012. Una pena accessoria alla condanna per l’omicidio di sua moglie, Melania Rea, delitto per cui è stato condannato a vent’anni di prigione, ma resta la sede civile dove la decisione era stata sospesa in attesa del terzo grado di giudizio. I giudici hanno preso tempo per acquisire altri documenti e le motivazioni della Cassazione, fissando la prossima udienza a fine gennaio 2017.
La figlia di Melania e dell’ex caporalmaggiore dell’esercito, degradato ed espulso pochi giorni fa, aveva 18 mesi quando sua madre fu uccisa, il 18 aprile del 2011. Da allora è sempre vissuta con i nonni materni, a Somma Vesuviana, e non ha mai più rivisto il padre. «Vittoria è una bimba serena – dice Michele Rea, fratello di Melania – sa tutto quel che è successo, gli psicologi ci hanno detto di farla crescere nella verità ed è quel che abbiamo fatto ed ora faremo tutto ciò che è in nostro potere perché non riveda più il padre, non lo merita». L’emozione di Parolisi non ha scalfito di un millimetro le decisioni della famiglia. «Ha solo piagnucolato in aula, come sempre – continua Michele Rea – peccato che sia lui ad aver cancellato il suo ruolo di padre, uccidendo la mamma di Vittoria». La famiglia Rea aveva recentemente fatto ancora sentire la sua voce mostrando sdegno per i privilegi concessi a Parolisi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere: era stato il papà di Melania, Gennaro Rea, a invocare giustizia scrivendo al ministro della Difesa, Roberta Pinotti. Una missiva indignata per i privilegi concessi all’assassino di sua figlia, fino ad allora rinchiuso in un carcere militare «modello» e sorvegliato da suoi ex colleghi. L’ex caporalmaggiore, privato dello status militare, è da qualche giorno nel carcere di Bollate, in provincia di Milano. Militare non lo è più. «Ed è giusto così – dice la famiglia Rea – il suo reato non ha nulla a che vedere con l’esercito, anzi ne lede l’immagine». Tre gradi di giudizio in cinque anni hanno stabilito una verità giudiziaria che cozza con le rivendicazioni di innocenza di Parolisi: ergastolo in primo grado, trent’anni in appello, vent’anni dopo il ricorso in Cassazione. I suoi legali hanno ipotizzato che il caso finirà dinanzi alla Corte di Strasburgo, convinti che Parolisi non abbia subito un «giusto processo». A gennaio, intanto, i giudici napoletani diranno se Salvatore Parolisi potrà rincontrare la piccola Vittoria che oggi vive nella casa dove Melania è cresciuta e poco lontano da dov’è sepolta.






