“Pane casereccio ai fichi freschi”: il pane dei “briganti”, il mito dei fichi vesuviani

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“Il pane dei briganti” gustato, nel 1890, dai professori della Scuola di Portici nella masseria “Sersale” a Madonna dell’ Arco. La vasta simbologia dei fichi, tutta “segnata” da note propizie. I famosi “fichi di Ottajano”. Catone il Censore e i fichi di Cartagine. Il fico negli incantesimi d’amore, e il racconto che ne fa Gaetana Mazza, illustre storica sarnese. In questi neri momenti forse ci conviene preparare e gustare questo pane casereccio “ai fichi freschi”.

 

Ingredienti:1 kg. di fichi freschi non eccessivamente maturi; 100 g. di zucchero; 400 g. di farina 0; 100g. di farina di grano saraceno; 100 g. di farina di mais; 1 cubetto di lievito di birra,  100 g. di olio  di semi di girasole, sale, acqua q.b. Sbucciare i fichi e metterli in un padella con g.80 di zucchero e qualche cucchiaio di acqua, cuocere lentamente per circa 15’. Lasciare raffreddare. Mettere le farine in una terrina, il lievito in una ciotola con  300 g. di acqua a temperatura ambiente e 20 g. di zucchero. Quando il lievito sarà sciolto, versarlo nella terrina con le farine e amalgamarlo bene, alla fine aggiungere il sale, 10g .
Lasciare lievitare per circa 30’. Prendere la pasta e lavorarla bene, aggiungere l’olio e continuare a lavorare sbattendo la pasta sul piano di lavoro, e, se ci fosse bisogno, aggiungere acqua o farina fino ad ottenere una pasta consistente, morbida ed elastica, fare riposare 1 ora. Passato il tempo, prendere la pasta sgonfiarla e tirarla col mattarello, disporre i fichi freddi sulla pasta ed arrotolarla. Lasciarla ancora lievitare: volendo si può farne una ciambella. Alla fine infornare a 190° per 30’ e a 150° per altri 30’. Quindi sfornare e fare raffreddare.( dal  sito: vino way)

Nell’autunno del 1890, proseguendo il loro “viaggio” tra le aziende agricole del Vesuviano, i professori  della Reale Scuola di Portici Italo Giglioli,  Francesco Milone e Oreste Bordiga visitarono la masseria di Antonio e Luigi Sersale, che stava sul confine tra Madonna dell’Arco e Pollena, e in cui si producevano vini di pregio, “olio di prima qualità”, pere e albicocche. C’erano anche molti alberi di fico – fichi della specie “biancolello” e della specie “trojano”- e per il pranzo, che di solito concludeva queste visite, gli “addetti” prepararono un “tortano cotto con i fichi freschi”, una variante, scrive nella relazione il Milone, di quel pane che qui “chiamano anche “pane dei briganti”. Mi sono ricordato di questa “curiosità” l’altra sera, quando ho gustato i fichi che poco prima un mio carissimo amico mi aveva portato nel tradizionale “cestino”: i fichi della sua terra, che si apre sui primi “tuori” della nostra Montagna, i “fichi di Ottajano” che nell’Ottocento erano famosi in tutti i mercati di Napoli e della provincia. E mentre gustavo, lentamente, davo ancora una volta ragione  ad Alain Corbin quando scrive che in certi momenti “magici” il cibo, con i suoi colori, con i suoi sapori, con le sue forme coinvolge non solo tutti i nostri sensi, ma anche la memoria e l’immaginazione. E non c’è simbolo che l’immaginazione dei popoli non abbia attribuito al fico, “figura”, quando è intatto, dell’organo sessuale maschile, e di quello femminile quando è aperto, frutto sacro alla sapienza di Atena e alla divina “follia” di Dioniso, segno della fecondità dei singoli e dei popoli. Catone il Censore non riusciva a convincere i senatori che Cartagine doveva essere distrutta dalle fondamenta, che stava risorgendo dopo la sconfitta di Zama, che si accingeva a diventare ancora una volta la nemica terribile di Roma. Per mesi egli. angosciò, per non dire altro, il senato romano con una tiritera ripetuta in ogni seduta: Cartagine deve essere distrutta, delenda Carthago. Un giorno si presentò in aula accompagnato da una schiera di servi che distribuirono fichi a tutti i senatori: e i senatori trovarono delizioso i frutti, e qualcuno esagerò pure, e fece più volte il bis. Quando li vide tutti sazi e sinceramente soddisfatti, Catone rivelò che quei fichi freschi venivano da Cartagine, e che erano la prova concreta della nuova floridezza della città. E nel 146 a.C. la città venne conquistata e distrutta. La cultura popolare ha conservato per secoli  le “sentenze” degli antichi sulle “virtù” dei fichi: i fichi secchi sono lassativi, i fichi tardivi danno energia ai giovani e buona salute ai vecchi, e inoltre spianano le rughe, e, i loro succhi, mescolati con la sugna, rimuovono le verruche. Gaetana Mazza, illustre storica sarnese, nel suo splendido libro “ Streghe, guaritori, istigatori” ( Carocci, 2009) descrive l’incantesimo d’amore che una strega di Sarno suggerisce a un cliente, desideroso di conquistare una donna di Poggiomarino: va’, inginocchiati ai piedi di un fico,  e recita questa formula: Dio mi salvi, santo fico/ quante radiche e fronde site, tanti diavoli ve faciti, / ncuorpo ad Agnese ve ne jati…”. Tra i 25 tipi di fico vesuviano classificati a metà dell’ ‘800 da Guglielmo Gasparrini vi sono anche il “sarnese nero o pissalutto nero e il sarnese bianco o pissalutto bianco”.

Se veramente il fico  contribuisce a rendere propizia la nostra sorte, allora mangiamo tutti questo pane casereccio con i fichi, perché questo nostro tempo è colmo di insidie e di minacce.