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Il vicebrigadiere Mario Rega Cerciello

E la vedova, Rosa Maria Esilio, commenta tramite il suo legale, Massimo Ferrandino: “Voglio giustizia, non vendetta”.

«Chiedo giustizia, non vendetta», così Rosa Maria Esilio, giovane vedova del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega assassinato a Roma la notte del 26 luglio scorso con undici coltellate reagisce alla notizia che attendeva: il processo con rito immediato per Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjort è stato fissato, inizierà mercoledì 26 febbraio 2020, sette mesi dopo il delitto. Rosa Maria ha ieri affidato poche parole al suo avvocato, Massimo Ferrandino. Parole di ringraziamento per il lavoro degli inquirenti, parole di speranza e di fiducia nel sistema giudiziario. «Da vedova di un servitore della nostra straordinaria nazione sono certa che sarà fatta giustizia, che il mio auspicio sarà tramutato in realtà dal lavoro dei miei avvocati e dai giudici che, con tanto impegno, hanno brillantemente portato a termine le indagini». Poco più di trent’anni, la vita stravolta dalla tragedia, Rosa Maria resta forte, aggrappata al desiderio che sia fatta giustizia, all’auspicio che gli assassini di Mario paghino. Si divide oggi tra Roma e Somma Vesuviana ed è nella capitale – dove aveva preso casa con Mario già prime delle nozze festeggiate appena quarantaquattro giorni prima dell’omicidio – che ieri ha partecipato, accanto al comandante generale dell’Arma, Giovanni Nistri, alla celebrazione della Patrona dell’Arma, la Virgo Fidelis, il nome con cui la Madonna veglia i militari. Al suo posto doveva esserci Mario, che ora invece riposa al cimitero del loro paese natale, Somma Vesuviana, sepolto nell’aiuola centrale appena all’ingresso dove tutti coloro che si recano nel luogo sacro possano vedere la sua tomba e ricordare. Dove appena qualche settimana fa gli si è voluto intitolare un settore dello stadio comunale, dove si è parlato di dedicargli una strada o una piazza. Per ricordare il militare, l’uomo, il marito, il fratello, l’amico.  C’è solo da aspettare, ora, mentre amici e familiari si stringono a Rosa Maria.  I legali della difesa dei due americani hanno quindici giorni di tempo per chiedere, eventualmente, il giudizio abbreviato. I dubbi, le versioni contrastanti che nelle settimane dopo il delitto si erano accavallate, sembrano ormai fugati dalle intercettazioni in carcere. Finnegan Lee Elder e Gabriele Natale Hjort, che avevano sostenuto sin dal principio, si dal giorno dell’arresto di aver reagito a quella che credevano un’aggressione, di aver pensato di trovarsi davanti due spacciatori. Mentivano. Mario Cerciello Rega e Andrea Varriale, il collega che era con lui quella notte, si erano identificati come carabinieri mostrando i tesserini. «I saw two cops», «Ho visto due sbirri» dice Finnegan in una conversazione in carcere, ignaro che saranno quelle parole a consentire agli inquirenti di ipotizzare, fugando ogni dubbio, la volontarietà dell’omicidio. Per lui, che ha materialmente inferto le undici coltellate che hanno ucciso Mario. E per Hjort che, in carcere, parla dei due carabinieri come «deficienti». Sette mesi dopo quella notte, saranno in un’aula di giustizia italiana a rispondere di ciò che hanno fatto. La gip Chiara Gallo ha disposto il giudizio immediato, mentre i due sono e restano nel carcere di Regina Coeli. Omicidio volontario, tentata estorsione, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni sono i reati contestati agli imputati. «Il lavoro degli inquirenti è stato straordinario – commenta l’avvocato Ferrandino – sotto la guida scrupolosa del procuratore Michele Prestipino e della dottoressa Maria Sabina Calabretta».